Prigioni italiane, tutto da rifare – di Giuseppe Fiamingo

Dostoievsky scriveva, per aver ben conosciuto le carceri zariste, che "il grado di civiltà di una società si misura dalle sue prigioni". L’articolo 27 della nostra Costituzione recita: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". Cosa dedurre allora dallo stato delle prigioni italiane, con una popolazione carceraria in crescita nel tempo, con 64.323 detenuti, di cui il 35% non sono italiani, rispetto ad una capienza di 47.668 posti, ed in cui i detenuti sono costretti a stiparsi in otto dentro celle previste per quattro o per due, senza acqua calda ed aria a sufficienza, dove si muore per suicidio o per pestaggi e dove sono all’ordine del giorno le situazioni di disagio ed i conseguenti atti di autolesionismo?

Secondo i dati del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria sul sovraffollamento delle carceri, con un tasso, a gennaio 2014, di 129 persone per 100 posti disponibili, l’Italia ricopre il poco invidiabile posto di terz’ultima tra 47 Paesi europei. Soltanto la Serbia e la Grecia conoscono una situazione peggiore.

Per lo stato delle proprie carceri l’Italia é stata condannata l’8 gennaio 2013 dalla Corte Europea dei Diritti Umani a risarcire pecuniariamente i detenuti del carcere di Busto Arsizio e di Piacenza costretti a convivere in tre metri quadri a testa.

La principale causa del sovraffollamento carcerario é dovuta al ricorso eccessivo da parte della magistratura dello strumento della "carcerazione preventiva". Le misure alternative alla detenzione (affidamento ai servizi sociali, semilibertà, arresti domiciliari) vengono concesse soltanto al 36% dei detenuti italiani, mentre questa media si eleva al 75% per paesi come la Francia o il Regno Unito. Le misure alternative alla detenzione hanno il pregio di ridurre sensibilmente i costi per lo Stato, ed abbassano inoltre dappertutto il tasso di recidiva.

Riguardo alla rieducazione, riabilitazione e reinserimento dei carcerati, le statistiche italiane sono desolanti. In effetti, a giugno 2012 erano iscritti a corsi scolastici soltanto il 23,9% dei detenuti (di cui appena il 42,9% ha superato con successo gli esami finali). A dicembre 2012 soltanto il 3% dei detenuti aveva terminato con successo una formazione professionale e soltanto il 21% dei detenuti esercitava un qualsiasi lavoro.

Di fronte a queste cifre disarmanti appare evidente come il tasso di recidiva non possa che essere elevatissimo, del 68,5% (dati del 2007) per i detenuti, mentre la recidiva si abbassa al 19% per coloro che hanno sperimentato pene alternative.

L’Italia dovrebbe ispirarsi al migliore sistema carcerario in Europa, quello norvegese, improntato al reinserimento e che comporta un trattamento umano dei detenuti in locali adeguati, prevedendo la loro valorizzazione morale e materiale, attraverso un’attività lavorativa retribuita, l’uso di sale sportive, una convivenza ottimale tra detenuti e secondini (non armati), che prendono i pasti insieme e la possibilità di visite ai detenuti da parte delle famiglie, che possono pernottare in apposite strutture indipendenti dallo stabilimento penitenziario.

Con questi trattamenti la Norvegia riesce ad abbassare la percentuale della recidiva ad una percentuale compresa tra il 16 ed il 20% nei due anni che seguono la scarcerazione.

Di fronte alle cifre sovraesposte é evidente che il funzionamento del sistema carcerario italiano vada rivisto per i condannati a reati diversi da quelli mafiosi o di appartenenza a reti delinquenziali ad alta pericolosità (come quelle terroriste), con un maggior ricorso alle pene alternative, al lavoro in carcere e fuori dal carcere, che permetta ai condannati la possibilità di un autentico reinserimento sociale, una volta scontata la pena.

Un’altra misura per sfoltire la popolazione dei condannati stranieri é la concretizzazione della possibilità di scontare la pena nei loro Paesi di origine, come previsto da convenzioni bilaterali firmate con l’Italia.

Quale ministro della giustizia italiano avrà finalmente  il coraggio di introdurre una riforma carceraria organica e degna di un Paese civile, invece di fare ricorso a controproduttivi indulti ed amnistie, che, al solo fine di svuotare le carceri, rimettono in circolazione individui che non hanno effettuato nessun percorso rieducativo e di reinserimento sociale e che ritorneranno quindi di nuovo in prigione?