IL DISASTRO DI TRUMP
Dopo cento giorni di guerra più o meno dichiarata, centinaia di morti e danni incalcolabili, Trump dichiara di aver chiuso il conflitto con l’Iran attraverso un protocollo d’accordo venduto come l’ennesima vittoria storica. In realtà, si tratta di un risultato francamente disastroso per gli Stati Uniti e per l’Occidente che, ricordiamolo, non era stato nemmeno informato dell’attacco a Teheran.
Al di là del disinteresse per ogni regola internazionale e per il rispetto delle vite umane, che per Trump evidentemente non rappresentano una priorità, la cosiddetta “prima fascia” della leadership iraniana è stata eliminata, ma la seconda si è dimostrata perfino più radicale e sanguinaria della precedente. Gli oppositori interni al regime sono stati prima illusi e poi abbandonati e, anche per questo, sono stati uccisi a decine di migliaia oppure languono ancora nelle carceri.
Nel frattempo, in Libano la guerra prosegue di fatto senza soluzione di continuità. Il prezzo del petrolio è aumentato per tutti e scenderà, forse, solo lentamente. Quanto al presunto successo della riapertura dello Stretto di Hormuz, si tratta di una narrazione poco credibile, considerato che il passaggio era libero già prima dell’attacco statunitense.
La sconfitta di Trump è evidente soprattutto perché l’Iran non ha rinunciato al proprio programma nucleare e, nel frattempo, ha compreso fino in fondo quanto il controllo dello Stretto di Hormuz possa trasformarsi in uno strumento di pressione sul resto del mondo. In altre parole, il regime iraniano, che a parole sarebbe stato distrutto, è oggi più forte di prima. Non è stato piegato militarmente e continua a rappresentare una minaccia per gli Stati del Golfo, con pesanti ripercussioni economiche per l’intera regione.
Alla fine hanno guadagnato soltanto, come spesso accade, gli speculatori finanziari, le compagnie petrolifere che hanno beneficiato dell’aumento dei prezzi del greggio – comprese quelle italiane – e i produttori e venditori di armi. In parte ne ha tratto vantaggio anche Netanyahu, che ha mantenuto lo status quo a Gaza e nei territori palestinesi e ha esteso ulteriormente la presenza militare israeliana in Libano. Resta però irrisolto il problema dei missili e dei droni che continuano a colpire Israele.
Con iniziative tanto spavalde quanto avventate, i repubblicani statunitensi si avviano verso una probabile sconfitta elettorale a novembre. Trump, dopo settimane di dichiarazioni contraddittorie, passando continuamente dall’annuncio di una pace imminente alle minacce di bombardamenti su larga scala, ha dimostrato di non avere una strategia chiara né prima né dopo l’attacco. Questo significa che attorno a lui vi sono consiglieri incapaci dal punto di vista tattico e strategico oppure, se competenti, incapaci di farsi ascoltare.
È davvero preoccupante che una figura come Trump – che io stesso consideravo il “meno peggio” rispetto alla nullità politica rappresentata da Kamala Harris, e non me ne dimentico – occupi oggi una posizione così centrale negli equilibri mondiali. Si è rivelato infatti assolutamente imprevedibile e, più che un genio fuori dagli schemi, appare sempre più come un leader impulsivo e difficilmente controllabile.
La sconfitta americana in Iran rappresenta inoltre una vittoria indiretta per la Cina e per Vladimir Putin. Pechino ha superato senza particolari contraccolpi una crisi energetica che avrebbe potuto metterla seriamente in difficoltà, ricorrendo alle proprie riserve strategiche e aumentando la produzione energetica basata sul carbone e sul gas. Putin, dal canto suo, vede preservato un alleato fondamentale nella regione.
Nel frattempo, mentre l’Europa continua a discutere di Green Deal e transizione ecologica, milioni di tonnellate aggiuntive di carbone bruciate dalla Cina negli ultimi mesi hanno prodotto un impatto ambientale probabilmente superiore ai risparmi energetici ottenuti sul continente europeo. Anche questo, però, sembra essere un tema che troppo spesso preferiamo dimenticare.




























