Marò italiani all’estero, la rabbia che ci brucia dentro – di Ricky Filosa

La vicenda dei marò, spogliata del carattere di tragedia umana, che i nostri due fucilieri di Marina stanno sopportando con una dignità encomiabile, pare proprio una barzelletta. Ma quanto diamine può essere difficile riportare a casa due militari italiani, fermati mentre stavano compiendo il proprio dovere in acque internazionali e trattenuti da troppo tempo tra lungaggini processuali confuse e minacce di morte da codice di guerra? Quanto è imbrogliata la matassa  dei risvolti politici perchè se ne venga a capo?

Siamo messi all’angolo dalla nuova potenza del gigante indiano per la nostra debolezza economica e politica o per la nostra incompetenza giuridica? Noi, che siamo stati i padri del diritto romano e della civiltà occidentale, non sappiamo trovare nelle pieghe degli accordi internazionali una soluzione che cancelli agli occhi del mondo il sospetto di essere considerati prede inermi della tigre indiana? 

Cosa siamo, dei vigliacchi? Degli inetti? Siamo fatti di pasta frolla? Perché non richiamiamo in Patria il nostro ambasciatore? Perché non prendiamo alcuna contromisura, anche presso le sedi diplomatiche indiane qui da noi? E De Mistura? Che fa, ci prende in giro? Per non parlare di Emma Bonino, che  non ci sembra all’altezza del ruolo e ci fa rimpiangere il coraggio di Giulio Terzi e della sua contromossa "impulsiva": i marò, rientrati in Italia, ce li teniamo noi! E invece no, subito dopo, la marcia indietro del governo, dovuta alle paranoie montiane: si diceva, in quei giorni, che se l’Italia non avesse rispettato la parola data, avrebbe fatto una pessima figura a livello internazionale. Forse sì, forse no. Intanto, lasciando Salvatore Girone e Massimiliano Latorre nelle mani di un Paese straniero, illiberale e per certi versi ancora misterioso, quale immagine sta dando l’Italia di se stessa, agli occhi del mondo? Pessima.

Siamo un Paese senza attributi, altro che "palle d’acciaio". Le palle di chi ci governa sembrano essere di gelatina. Rivogliamo i nostri marò, vogliamo che tornino in Italia, nella loro Patria, e vogliamo che questo accada subito, senza altre perdite di tempo, senza altri discorsi inutili, parole vuote, promesse al vento, impegni non mantenuti, prese in giro. Come fare? Dichiarare guerra all’India? Una proposta insensata, lanciata da Forza Nuova tempo fa, più che altro una provocazione, ma che, in un’Italia che contasse veramente qualcosa, desidereremmo venisse almeno ventilata (come ritiro del nostro made in Italy dal mercato indiano?), tanta è la rabbia che ci brucia dentro quando pensiamo che i nostri due militari continuano ad essere prigionieri di un Paese che non è il loro, che non è il nostro.

Fratelli d’Italia ha chiesto l’immediata sostituzione di De Mistura, l’inviato speciale del governo per la vicenda dei marò: sottoscriviamo la richiesta, persuasi tuttavia che non basterebbe a riportare a casa Girone e Latorre. Qui ci vuole dell’altro. Richiamare il nostro ambasciatore dall’India, interrompere i rapporti diplomatici con quel Paese, potrebbe essere un gesto importante, lancerebbe di certo un messaggio chiaro agli indiani e al mondo intero: ridateci i nostri marò, altrimenti con voi non vogliamo avere nulla a che fare fino a quando il caso non sarà risolto in maniera positiva.

Ciò che disgusta è il comportamento di certi nostri governanti pappemolli che non hanno un briciolo di capacità diplomatica o di iniziativa: da quasi due anni i nostri fucilieri di Marina sono dall’altra parte del mondo, in mani straniere, e noi restiamo a guardare. L’Europa non ci aiuta (ma a che minchia serve questa Europa?), gli amici americani si girano dall’altra parte, il ministro degli Esteri indiano continua a prenderci per i fondelli. Il risultato è che come Paese sovrano continuiamo a coprirci di ridicolo, incapaci di portare a termine una missione: riportare a casa i nostri leoni. La verità è che non siamo capaci di farci valere, che non ci sforziamo abbastanza, e forse che non ci interessa nemmeno più di tanto. La verità fa schifo.

Twitter @rickyfilosa