Conosco da tanti anni Marco Travaglio. Quando, nei primi anni ’90, ero un battagliero consigliere regionale missino in Piemonte (e lui lavorava per “Repubblica”), gli passavo le veline degli scandali che andavo scoprendo in Regione e che poi lui pubblicava. Chissà se lo ricorda ancora.
È una testa libera, ma anche un furbacchione. Di sicuro, da qualche giorno, dopo le smentite alle ricostruzioni del suo Fatto Quotidiano sulla grazia alla Minetti e la conseguente brutta figura megagalattica, ha reagito nell’unica maniera possibile: attaccando.
Lo ha fatto in maniera molto pesante contro la Procura di Milano, ma d’altronde non aveva scelta. Se avesse ammesso che le sue fonti erano, per lo meno, sapientemente “montate”, avrebbe fatto brutta figura con i suoi lettori e perso ogni credibilità. Quindi, avanti con nuovi attacchi alla Procura, colpevole di aver “assolto sé stessa”.
Lo ha fatto con toni da querela, perché sa benissimo che questa è sempre la migliore strategia: una parte dei lettori gli crederà comunque, qualsiasi cosa racconti, e se la Procura resterà silenziosa ammetterà implicitamente di aver avuto torto.
Se invece la Procura replicherà denunciandolo, Travaglio sa benissimo che questi processi non finiscono mai e che potrà perfino uscirne – qualunque sia l’esito – con l’aureola del martire.
Non siamo più ai tempi di Guareschi quando, per aver pubblicato una vignetta sul Candido sull’allora Presidente Einaudi, il giornalista finì davvero in galera per diffamazione e fu detenuto nel carcere di Parma per oltre 400 giorni!
Non solo Travaglio in carcere non ci andrà mai, ma se anche domani fosse condannato a pagare i danni alla Minetti e ai magistrati, tra un ricorso e un appello, campa cavallo.
Resta un particolare: se ad attaccare la Procura è qualcuno di destra, si scatena sempre il finimondo per lesa maestà; se lo fa Travaglio, tutti restano in un (imbarazzato) silenzio, PD, sinistra e ANM compresi.































