Made in Italy, anche Confesercenti aderisce a petizione #pizzaUnesco

Confesercenti aderisce alla petizione #pizzaUnesco, che si prefigge di raccogliere un milione di firme per sostenere la campagna di riconoscimento dell’arte dei pizzaiuoli napoletani come patrimonio immateriale dell’umanità da parte dell’Unesco. La pizza napoletana, unico tipo di pizza italiana riconosciuta in ambito nazionale ed europeo, è infatti già ufficialmente riconosciuta come Specialità tradizionale garantita della Comunità Europea. Il riconoscimento da parte dell’Unesco proteggerebbe in tutto il mondo la pizza e l’economia ad essa legata. Riconoscere la pizza è quindi un’occasione unica per salvaguardare uno dei prodotti gastronomici Made in Italy più importanti.

"La pizza napoletana è senza dubbio uno dei simboli dell’italianità in tutto il mondo", ha spiegato Mauro Bussoni, segretario generale Confesercenti, intervenendo a Napoli alla manifestazione di sostegno alla petizione . "Ma al di là dell’elemento simbolico, i dati sulla produzione, sul consumo e sul giro d’affari che sono stati presentati oggi danno la dimensione del successo che questo prodotto riscuote ovunque. Un alimento composto da pochi, semplici elementi che però vanno miscelati con una particolare maestria (da qui il titolo di maestri conquistato dai pizzaiuoli napoletani), tramandata di generazione in generazione ed insegnata in Università, accademie, scuole ed istituti nati al solo scopo di offrire una formazione adeguata a chi intenda imparare quest’arte: sono circa 20 mila gli studenti in tutta Italia che scelgono questi percorsi formativi, il cui valore va riconosciuto al più presto. La scelta di Confesercenti di sostenere questa iniziativa nasce dalla convinzione che il riconoscimento da parte dell’Unesco possa dare il meritato valore ad uno dei prodotti Made in Italy più famosi al mondo.

"Con l’adesione del sistema Confesercenti", ha affermato Alfonso Pecoraro Scanio, Presidente della Fondazione UniVerde e promotore della campagna #PizzaUnesco, "la petizione si apre al mondo del commercio, del turismo, dei servizi, dell’artigianato e dell’industria diventando sempre più espressione della valenza nazionale ed internazionale della candidatura italiana. Proprio oggi si apre in Namibia la riunione annuale del Comitato intergovernativo Unesco per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale. In concomitanza con tale sessione, occorre che i rappresentanti del governo italiano ottengano date certe per l’esame della candidatura dell’arte dei pizzaiuoli napoletani, possibilmente già nel 2016, sulla scia dell’Expo di Milano dedicata all’agricoltura e al cibo. Oltre 500 mila persone in tutto il mondo hanno già sostenuto la petizione e con questo nuovo importante sostegno sono convinto raggiungeremo presto l’obiettivo del primo milione di firme".

"La pizza è uno dei prodotti simbolo della cucina e della cultura italiana nel mondo, probabilmente il più famoso e diffuso in assoluto", ha sottolineato Esmeralda Giampaoli, presidente di Fiepet. "Purtroppo, però, il processo di massificazione ha avuto effetti collaterali, portando grandi catene e pizzerie ‘improvvisate’ a proporre tipologie di pizza lontanissime dalla tradizione e dagli standard qualitativi originali. La petizione serve anche a riportare l’attenzione sulle produzioni di pizza di alta qualità, fatte rispettando i tempi naturali di lievitazione e usando ingredienti di prima scelta, come la grande tradizione dei piazzaioli italiani prevede. Una ri-valorizzazione che non può che essere positiva per un piatto che rappresenta una parte importantissima dell’offerta dei pubblici esercizi in Italia".

"La pizza, e lo dico con l’orgoglio di operatore italiano, l’abbiamo inventata noi", ha affermato Davide Trombini, presidente di Assopanificatori-Fiesa "primi fra tutti i napoletani che con un pezzo di pane schiacciato, un po’ di pomodoro alici e mozzarella hanno dato vita ad uno dei prodotti italiani più famosi al mondo. Oggi la pizza nei nostri forni rappresenta una buona opportunità di business. Si calcola che pesi tra il 25 e il 30% del fatturato. Ma soprattutto rappresenta una grande chance di mercato e di differenziazione dell’attività per i fornai e le panetterie. Di questi tempi è quasi una soluzione alla crisi della caduta dei consumi di pane".