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L’ANALISI DI DARIO RIVOLTA | La politica americana oggi e domani: perché la strategia degli Stati Uniti non cambierà dopo Trump

Dazi, NATO, Cina, debito pubblico e dollaro: l'analisi di Dario Rivolta sulle scelte strategiche degli Stati Uniti destinate a proseguire anche dopo la presidenza Trump

di Dario Rivolta
lunedì 29 Giugno 2026
in L'OPINIONE
Donald Trump

Donald Trump

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La politica americana, oggi e domani

di Dario Rivolta

I circa 350 milioni di abitanti degli Stati Uniti comprendono un buon numero di eccellenze nel campo scientifico, economico, delle scienze sociali e in molte altre discipline. Ciò non toglie, tuttavia, che l’americano medio sia culturalmente piuttosto ignorante, oltre che totalmente privo di esprit de finesse. È principalmente a costoro che si rivolge il presidente Donald Trump quando si esprime, verbalmente o per iscritto, con battute più o meno estemporanee.

Sotto questa luce, pensando a chi sono realmente indirizzate, vanno interpretate le sue frasi idiote in merito ai leader di Paesi tradizionalmente alleati degli USA o perfino alla nostra presidente del Consiglio. I suoi predecessori usavano toni e locuzioni significativamente diversi, ma non facciamoci illusioni: al di là della forma, più o meno educata e signorile, l’essenza dell’atteggiamento politico americano non è mai stata sostanzialmente differente nei confronti di noi europei, né cambierà in futuro.

Come ha ben spiegato il gen. Mini in un’intervista a L’Antidiplomatico, da sempre ogni dollaro che gli USA hanno destinato a noi è stato funzionale ai loro interessi politici ed economici. Comunque sia, come ho già avuto occasione di spiegare in un mio precedente articolo, l’apparentemente illogica estemporaneità del comportamento internazionale di Trump segue, al contrario, logiche ben precise e chiunque sarà il futuro presidente seguirà, nei fatti, la stessa strada impostata dal tycoon. Probabilmente con maggiore ipocrisia e buone maniere.

Prendiamo, ad esempio, la NATO. Le pressioni verso tutti i Paesi europei affinché aumentassero i propri investimenti nella difesa, riducendo così l’impegno americano, cominciarono già con i predecessori di Trump e la sola novità riguarda i toni ricattatori utilizzati oggi.

Il fatto è che la situazione geopolitica e quella dell’economia interna americana sono cambiate drasticamente dal dopoguerra a oggi. Il rischio rappresentato dall’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda è scomparso e, a differenza di quanto vogliono raccontarci alcuni leader europei, a Washington nessuno crede che la Russia intenda espandersi verso l’Europa.

Ciò non significa che gli USA, né oggi né domani, vogliano rinunciare a esercitare la loro egemonia sull’Occidente. Semplicemente, continueranno a detenere il comando della NATO, a influenzare le nostre politiche e a gestire autonomamente il potenziale utilizzo delle armi atomiche americane distribuite in alcuni Paesi europei, tra cui l’Italia. Tuttavia, a causa dei loro problemi interni, “devono” ridurre il proprio impegno finanziario, scaricandone una parte su di noi.

È ormai da lungo tempo che hanno capito come il vero pericolo alla loro supremazia mondiale sia oggi la Cina e che la vera grande partita si giocherà nel Pacifico e non più nell’Atlantico. Purtroppo per loro, hanno dovuto anche rendersi conto che gli Stati Uniti mancano ormai di una forte base industriale e di una produzione di armamenti capace di fronteggiare una possibile minaccia cinese.

Questo aspetto non è destinato a cambiare drasticamente durante l’attuale mandato presidenziale e richiederà l’attenzione di tutti i futuri governi di Washington. Trump, nel modo prepotente che gli è consono, ha cercato di favorire l’industria locale attraverso i dazi e obbligando gli stranieri a investire negli USA, ma anche Biden vi aveva provato con due leggi che penalizzavano, di fatto, le importazioni rispetto ai prodotti nazionali.

Un problema enorme riguarda proprio le industrie della difesa, che avevano esternalizzato la produzione di molte armi avanzate e non sono ora in grado di garantire approvvigionamenti di materiale bellico in tempi ragionevoli.

Come hanno dimostrato la guerra in Ucraina e, ancor di più, quella contro l’Iran, l’entità delle scorte di munizioni strategiche, di armi di precisione a lungo raggio, di intercettori per attacchi aerei e per la difesa missilistica si è rivelata una delle maggiori vulnerabilità americane.

Giusto per fare qualche esempio, i media americani hanno riportato la notizia che quasi l’intero arsenale di missili da crociera stealth JASSM-ER ha dovuto essere dirottato verso il Medio Oriente dai depositi situati nel Pacifico e in altre regioni, a causa dell’impossibilità dell’industria americana di rimpiazzare rapidamente quelli impiegati nella guerra nel Golfo.

Secondo quanto riportato, dei 2.300 missili a lungo raggio disponibili nel periodo prebellico, lo scorso marzo ne rimanevano soltanto 425.

Se oltre alla produzione di armamenti generici aggiungiamo l’enorme divario nella capacità di costruzione navale tra gli americani e la Cina, diventa evidente che, in un’ipotetica crisi su Taiwan, gli Stati Uniti non sarebbero in grado di sostenere una guerra di lungo termine contro gli arsenali e la capacità produttiva dell’Esercito Popolare di Liberazione cinese.

Come se non bastasse, tutte le più moderne armi, sia d’attacco sia di difesa – missili, aerei, droni, navi e così via – necessitano di enormi quantità di terre rare ed è risaputo che la Cina detenga un quasi monopolio mondiale della loro raffinazione. Sopperire in modo autarchico o attraverso fornitori più affidabili richiede anni, se non decenni, e ingenti investimenti.

Qui si arriva all’altro punto di grande vulnerabilità statunitense, che continuerà ben oltre il mandato di Trump: l’enorme debito pubblico.

La guerra contro l’Iran, nei suoi primi sei giorni, è costata ben 11 miliardi di dollari e attualmente si stima abbia raggiunto i 29 miliardi. A ciò va aggiunto il costo dell’energia, stimato in altri 40 miliardi, che ha colpito anche i semplici cittadini.

Per far fronte alla penuria di armamenti è stato chiesto al Congresso e al Senato di autorizzare, per il 2027, un budget record per la Difesa di 1.500 miliardi di dollari, pari a un aumento del 42% rispetto all’anno in corso.

Si tratterebbe del più grande incremento dalla Seconda guerra mondiale e l’ok non è ancora arrivato, salvo una preliminare votazione della Commissione della Camera, che ha approvato soltanto la propria versione preliminare del National Defense Authorization Act (NDAA) per circa 1.150 miliardi di dollari.

Anche il Pentagono, nel solo mese di febbraio, aveva richiesto un ulteriore aumento di 200 miliardi di dollari ma, secondo un organismo fiscale apartitico, il Committee for a Responsible Federal Budget, con queste nuove spese il debito nazionale nel prossimo decennio potrebbe aumentare di circa 7 trilioni di dollari, interessi inclusi, rispetto all’attuale debito pubblico di circa 40 trilioni di dollari.

Tutto quanto sopra non scomparirà né cambierà con un nuovo presidente ed ecco perché la politica intrapresa da Trump non potrà che essere portata avanti da chiunque gli succederà. Magari usando un linguaggio più diplomatico, ma senza variazioni sostanziali.

Un altro punto importante sul quale ogni futura amministrazione americana seguirà le politiche trumpiane riguarda la difesa del dollaro quale valuta internazionalmente dominante.

Oltre a cercare di arrivare a un accordo con la Cina da una posizione negoziale il più possibile forte, Trump sta cercando di spingere le stablecoin.

Sia Pechino sia Washington sanno che le loro economie sono interconnesse sotto molti aspetti. I cinesi hanno bisogno del mercato americano, attualmente ancora il loro primo mercato mondiale di esportazione, per combattere la crescente disoccupazione, la sovrapproduzione di alcuni beni e la crisi debitoria in costante crescita. Gli americani necessitano assolutamente delle terre rare, quasi monopolio mondiale del Dragone, indispensabili a tutte le loro moderne tecnologie, comprese quelle militari. Senza contare la necessità di continuare a offrire beni a basso costo ai propri consumatori.

A differenza di altre valute digitali, come i bitcoin, le stablecoin sono basate sul dollaro e costituiscono uno dei tentativi di difendere la propria valuta quale principale strumento per i pagamenti internazionali.

È risaputo che la Cina e altri Stati stiano cercando da tempo un’alternativa al biglietto verde per i pagamenti, se non altro per sfuggire al ricatto finanziario esercitato attraverso le sanzioni.

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Una delle strade seguite è la creazione di un metodo di pagamento interbancario alternativo allo Swift. Il sistema cinese si chiama CIPS (Cross-Border Interbank Payment System) ma, accanto a esso, la Cina sta sviluppando anche mBridge, una piattaforma digitale basata sulle valute digitali delle banche centrali (CBDC), che rappresenta un’ulteriore alternativa tecnologica.

Nonostante, ufficialmente, lo yuan rappresenti oggi solamente il 2,7% delle forme di pagamento internazionale, la realtà è che tutte quelle transazioni che passano attraverso il CIPS cinese non possono essere conteggiate e si stimano in valori molto superiori ai dati ufficiali.

Se a ciò si aggiunge che le riserve nazionali di un numero crescente di Paesi, precedentemente detenute in dollari, sono in costante diminuzione, il bisogno di offrire forme di pagamento più economiche, più veloci ma pur sempre garantite da un sottostante, cosa che le valute digitali non stable non offrono, sarà un must per qualunque futura presidenza.

Tra gli obiettivi che Trump si era prefissato nell’acquisire il petrolio venezuelano e nel tentare di fare la stessa cosa con quello iraniano c’era, tra l’altro, la volontà di avere sotto controllo due tra i più importanti fornitori della Cina. Da un lato affinché la vendita di quel prodotto non potesse più continuare a essere pagata in yuan e, dall’altro, per poter aprire o chiudere i cordoni secondo la convenienza americana.

È vero che, salvo imprevedibili e importanti fatti nuovi, la questione del petrolio iraniano si potrebbe considerare chiusa in modo non positivo per gli USA, ma saranno ricercate altre possibili forme per acquisire un qualche condizionamento negoziale di forza.

Ovviamente, un qualunque accordo con la Cina, l’introduzione di una valuta stable, la spinta alla reindustrializzazione, la nuova rincorsa agli armamenti e tutto quant’altro gli USA faranno accadrà senza il nostro coinvolgimento e, piuttosto, avverrà “nonostante noi”, se non addirittura “contro di noi”.

Siamo soltanto noi, stupidi europei, guidati da incapaci o “venduti”, che ancora pensiamo che il problema sia Trump e che, dopo di lui, rinascerà un nuovo idillio transatlantico.

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