In politica, come in fisica, se si crea uno spazio vuoto qualcuno deve colmarlo e Vannacci l’ha fatto, occupando quel ruolo rimasto vacante a destra dopo il “riposizionamento” della Meloni una volta arrivata al governo.
Il vero problema è ora l’atteggiamento da tenere nei confronti di lui e del suo movimento da parte della maggioranza di governo, con vantaggi o svantaggi potenzialmente decisivi in vista delle prossime elezioni.
Non condivido alcune delle tesi di Vannacci, che tuttavia non mi sembrano sovversive, violente o fasciste nel senso nostalgico del termine. Piuttosto, sono spesso condite di “buon senso” o, almeno, così appaiono a una discreta fetta dell’elettorato, non soltanto di destra.
Rispetto al 2022, la situazione è profondamente cambiata a livello europeo e mondiale. Al netto delle recenti rotture con l’insopportabile Trump, è facile e, per certi aspetti, anche giusto imputare oggi alla Meloni di non aver mantenuto parte delle promesse preelettorali, “tradendo” così una parte dei propri elettori, che oggi guardano a Vannacci proprio perché ripropone quei temi.
Credo che, se il generale fosse al posto della Meloni, nel giro di qualche mese si troverebbe anch’egli in difficoltà, perché l’Italia, piaccia o no, e indipendentemente dalla volontà personale del presidente del Consiglio in carica, è ormai un Paese a sovranità limitata, che non può, e spesso non vuole, scegliere strade autonome o troppo divergenti da Europa, NATO e consolidati rapporti internazionali.
Il vero problema è che il potenziale bacino elettorale del generale è costituito quasi interamente da voti sottratti al centrodestra e soprattutto a Lega e Fratelli d’Italia, rappresentando una quota che potrebbe risultare decisiva per la vittoria alle elezioni.
In modo speculare, lo stesso avviene a sinistra nel cosiddetto “campo largo”, dove gruppi e movimenti sono in contrasto, su quasi tutti i principali temi programmatici, con le componenti più moderate o ragionevoli, aspetto sul quale, tuttavia, spesso si sorvola.
Per il centrodestra c’è quindi poco spazio per ostracismi o discriminazioni. Occorre piuttosto valutare quale sia il male minore, accettandone comunque le conseguenze.
Se in futuro, prima o dopo le elezioni, Vannacci entrerà nella maggioranza, almeno in una prima fase rappresenterà una “mina vagante”, destinata a creare tensioni interne a qualsiasi governo, sotto il fuoco quotidiano dell’opposizione e con l’amplificazione mediatica di ogni contraddizione e incongruenza.
Se invece decidesse di correre da solo, oltre al rischio concreto di favorire la vittoria del centrosinistra, un eventuale governo di centrodestra sarebbe sottoposto ogni giorno alle sue critiche parlamentari, consentendogli potenzialmente di accrescere ulteriormente il proprio consenso. Perché, da sempre, parlare è molto più facile che governare.
Se invece fosse la sinistra a vincere proprio a causa della divisione del centrodestra, il ruolo di guida dell’opposizione tornerebbe automaticamente alla Meloni e alla Lega, mentre Vannacci perderebbe parte del suo appeal. Nel frattempo, però, l’Italia, insieme al futuro Presidente della Repubblica, sarebbe nuovamente nelle mani della sinistra.
Comunque la si affronti, per la Meloni questa rappresenta una questione estremamente delicata, anche perché all’interno della stessa maggioranza c’è chi sembra impegnarsi nel creare continui contraccolpi.
Forza Italia, per esempio, non mancherà di attribuire alla Meloni ogni eventuale “cedimento populista”, mentre la Lega, che si sente legittimamente tradita dal proprio ex vicesegretario, difficilmente potrà accettare in silenzio una collaborazione con lui e porrà i propri veti.
Ma che cosa dovrebbe fare, allora, la Meloni?
Innanzitutto comprendere il fenomeno, evitare una rottura plateale e, soprattutto, non sottovalutarlo, perché certi passaggi appaiono inevitabili.
Oggi Vannacci è funzionale alla sinistra e gode quindi di attenzione e spazio mediatico, destinati probabilmente ad aumentare. Ma presto potrebbero arrivare anche per lui le difficoltà.
Tra i suoi sostenitori vi sono inevitabilmente anche opportunisti pronti a schierarsi con chi appare vincente. È facile prevedere che arriveranno polemiche, accuse di fascismo, razzismo e discriminazione sessuale, insieme alle iniziative dei vari comitati e alle relative provocazioni.
Per ora la sinistra continua a utilizzare il tradizionale armamentario polemico concentrandosi su fascismo e omosessualità, senza comprendere che insistere su questi temi rischia soltanto di portare acqua al mulino del generale. Se però saprà aggiornare il proprio repertorio, il confronto cambierà rapidamente.
Nel frattempo, e soprattutto per recuperare consenso, la Meloni dovrebbe tornare a fare “qualcosa di destra”, che almeno in parte le consenta di recuperare terreno.
È stata ottima la sua risposta ferma e orgogliosa a Trump e, se è evidente che non si possa ribaltare da un giorno all’altro la linea europea sull’Ucraina, un conto è ricevere Zelensky a Palazzo Chigi con cortese cordialità, un altro è profondersi in baci e abbracci come se fosse arrivato il cugino d’America che non si vede da vent’anni.
Anche la forma è sostanza.
Il governo dovrebbe inoltre avere il coraggio di prendere maggiormente le distanze dalle politiche europee sull’iper-green e sulla difesa.
Se i sondaggi indicano che soltanto l’11% degli italiani teme un’invasione russa e che la larga maggioranza non vuole un rapido ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea, appare inutile inseguire fantasmi aumentando eccessivamente la spesa militare.
Così come, in economia e politica estera, dovrebbero essere attribuite apertamente a Bruxelles molte delle responsabilità e delle contraddizioni dell’Unione Europea, proclamandolo con maggiore chiarezza e dimostrando più freddezza nei confronti della BCE, che continua a influenzare profondamente l’economia dei Paesi.
Occorrerebbe inoltre assumere posizioni più determinate nei confronti delle grandi finanziarie, delle multinazionali petrolifere, dell’alta finanza e dello sfruttamento degli uomini e del pianeta.
È questo che, secondo me, gli elettori chiedono alla Meloni.
Apprezzano una leader che sappia distinguersi rispetto agli altri leader europei e, anche per questo, l’episodio con Trump alla fine le ha giovato.
Piace la Meloni quando è sé stessa, la piccola “underdog” che sfida i potenti e cerca di ridare orgoglio a un popolo che troppo spesso appare privo di coraggio, fiducia e speranza e che, oltretutto, oggi soffre anche per una Nazionale che non è nemmeno riuscita a qualificarsi ai Mondiali.
Può sembrare un paragone banale. Ma non lo è.
Sarà poi il momento, a seconda di come evolveranno gli eventi, di spiegare agli elettori che votare Vannacci potrebbe finire per favorire Schlein.
Forse, però, sarebbe più utile raggiungere un accordo con lui su alcuni punti fondamentali e rispettarlo reciprocamente, con rispetto verso i rispettivi elettori ma anche con determinazione, perché quegli stessi elettori rischiano di non andare più a votare se non vedranno una reale speranza di cambiamento.
Anche perché, se la futura maggioranza fosse numericamente più ampia, verrebbe automaticamente meno il potere di ricatto non soltanto della destra rappresentata da Vannacci, ma anche del centro, rappresentato da Forza Italia, dove certe attuali posizioni economiche ed europeiste risultano spesso difficili da comprendere e danno l’impressione di essere dettate più dalla difesa di interessi personali, aziendali o bancari che da quelli italiani.





























