La sanità italiana continua a fare i conti con criticità strutturali che mettono a dura prova cittadini e operatori. Liste d’attesa ancora troppo lunghe, carenza di medici di famiglia, pediatri e infermieri, oltre a una crescente quota di italiani costretti a pagare di tasca propria visite ed esami, delineano un quadro che preoccupa anche le istituzioni europee.
A fotografare la situazione è il Country Report 2026 della Commissione europea, che evidenzia come nel 2024 il 9,9% degli italiani abbia rinunciato a prestazioni sanitarie necessarie, in netto aumento rispetto al 6,3% registrato nel 2019. Tra le principali cause figurano proprio le liste d’attesa, indicate dal 6,8% dei cittadini, più del doppio rispetto a cinque anni prima.
Un altro dato significativo riguarda la cosiddetta “spesa out of pocket”, ovvero le somme che i cittadini sostengono direttamente per ricevere cure e prestazioni. In Italia questa quota raggiunge il 23,7% della spesa sanitaria complessiva, ben al di sopra della media europea del 14,9%, un elemento che rischia di accentuare le disuguaglianze nell’accesso alle cure.
La Commissione europea richiama inoltre l’attenzione sulla progressiva diminuzione dei medici di famiglia. Nell’ultimo decennio il loro numero si è ridotto di circa il 13% e oltre la metà dei professionisti ha ormai superato il massimale di assistiti previsto dal contratto, con inevitabili ripercussioni sulla medicina territoriale e sulla gestione dei pazienti cronici.
Anche l’OCSE, nei rapporti “Profilo della Sanità 2025: Italia” e “Health at a Glance”, conferma le difficoltà del sistema sanitario nazionale. Se da un lato vengono riconosciuti punti di forza come l’elevata aspettativa di vita e la qualità complessiva delle cure, dall’altro emerge una forte carenza di personale infermieristico.
In Italia sono presenti 6,9 infermieri ogni mille abitanti, contro una media europea di 8,4. Anche il rapporto tra infermieri e medici, pari a 1,3, risulta tra i più bassi dell’Unione Europea. Negli ultimi anni, inoltre, il numero dei laureati in infermieristica è diminuito costantemente, alimentando un problema destinato ad aggravarsi con l’invecchiamento della popolazione e il progressivo pensionamento del personale sanitario.
Secondo l’OCSE, a rendere meno attrattiva la professione contribuiscono anche le retribuzioni. A differenza di molti Paesi europei, dove gli infermieri percepiscono stipendi mediamente superiori del 20% rispetto al salario nazionale, in Italia i compensi restano sostanzialmente allineati alla media, rendendo più difficile attrarre nuove generazioni verso questa professione.
Il quadro che emerge dai rapporti internazionali evidenzia dunque la necessità di interventi strutturali per rafforzare il Servizio sanitario nazionale, ridurre i tempi di attesa, garantire un accesso più equo alle cure e affrontare la crescente carenza di personale sanitario, elementi considerati fondamentali per assicurare la sostenibilità del sistema nei prossimi anni.




























