Berlusconi, un amarcord monotono che finisce per stancare – di Margherita Genovese

Il nostro personale consiglio al Berlusca, al quale abbiamo pure voluto bene quando era il tempo delle mele, è di cominciare a pensare al  tempo delle castagne che si avvicina per lui tra qualche giorno; e che dovrà togliere dal fuoco per dedicarsi in toto alle sue questioni giudiziarie e alla revisione dei processi. Superata la forma patologica di narcisismo che lo condiziona nei rapporti con gli altri (della serie: “io sono io e voi non siete un cazzo"), potrà finalmente dormire su quegli allori che continua a sbandierare ad ogni incontro pubblico e privato; perchè il suo tempo è passato e se fosse vero quello che dice ad ogni inizio di tiritera, penserebbe a ritirarsi e non a riproporre in tutte le salse la sua agiografia pensando ancora di piacere. Vent’anni di presenzialismo sono tanti, si accontenti. Pensi al bene del Paese.

Certo, i più giovani, probabilmente digiuni di politica oltre che di letteratura e grammatica, possono reggere ore di autocelebrazione del Cavaliere, senza mostrare alle telecamere uno sbadiglio o, ahiloro, una smorfia di ironia sull’eccesso di autostima caratteristico del personaggio. Un uomo solo al comando, tanta retorica, nessun controcanto. E’ questa la famosa leadership di cui ancora si favoleggia?  Così si conquista oggi un elettorato pensante? Tracimando sui media come un torrente in piena? Forse sì, forse è questo che vuole la gente; e gli stessi sondaggisti spiegano il calo o l’aumento del consenso secondo l’assenza o l’esposizione ai talkshow e a favore delle telecamere.

Cogito ergo sum di cartesiana memoria? Macchè! La gente non pensa e vota l’immagine, il visibile, chi va in tv, chi ha un pubblico plaudente ad ogni uscita pubblica. E’ la claque la vera sostenitrice dei politici. Berlusconi è il maestro, Grillo e Renzi gli alunni migliori. Tutti e tre raccolgono voti non tanto per meriti presunti, peraltro mai veramente dimostrati, ma per quante volte appaiono e per quanto riescono a far parlare di loro stessi.

Il dramma sta nel fatto che l’elettore non capisce quale giudizio severo nei suoi confronti stia dietro la spiegazione dei sondaggi: si vota chi chiacchiera meglio, chi trova un facile spot da vendere, chi distrugge sistematicamente il governo in carica proponendosi con facili sproloqui come salvatore della patria. Gli italiani non sanno votare, ha ragione il Cavaliere: ma dimentica di dire che non sanno nemmeno pensare.