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Usa e URSS, 54 anni fa un braccio di ferro “atomico”

di Mirko Crocoli
lunedì 17 Ottobre 2016
in Esteri
Usa e URSS, 54 anni fa un braccio di ferro “atomico”
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Tutto “o quasi” era cominciato il 17 Aprile 1961, un anno prima dei tragici e ormai noti 13 giorni d’Ottobre. Un giovane presidente d’origini irlandesi di nome John Kennedy viene, suo malgrado, coinvolto nella fallimentare operazione della Baia dei Porci, voluta, promossa e insistentemente evocata dal capo indiscusso e onnipresente della Central Intelligence Agency (Cia), Mr Allen Dulles. Costui, potente uomo dell’intelligence statunitense, riesce a convincere la squadra del neoeletto Kennedy sul reale pericolo che si prefigurava nel cosiddetto “cortile di casa”, a poche miglia dalle coste della Florida, nella splendida isola caraibica di Cuba. Occorreva agire dunque, contro l’odiato Castro, in maniera rapida e concreta. Parte l’operazione “Zapata”, ovvero il tentativo di riconquista di quell’assolato fazzoletto di terra che un tempo era stata la babele dei mafiosi sotto il comando corrotto e violento dell’amico Batista.

1400 sventurati anticastristi appoggiati da un gruppuscoli di un centinaio di killer mercenari (assoldati per l’occasione dalla CIA), vengono respinti durante l’improbabile e sciagurata invasione nelle prime 24 ore e uccisi nelle altre 24 seguenti. Una due giorni che passerà alla storia come la più grande debacle politico militare, insieme al Vietnam, della storica e gloriosa nazione a stelle e strisce.

Anche se Kennedy caccia Dulles dal comando CIA e lo sostituisce con John McCone, ormai il dado è tratto. Il leader maximo Fidel Castro e il suo fedele delfino Ernesto Guevara de la Serna detto il “Che” dopo tale affronto optano per il polso duro e chiedono, cercano e trovano aiuto nell’estremo est, al di là della cortina di ferro.

Nikita Kruscev, capo dell’URSS e dell’intero blocco di Varsavia, accetta la sfida e allaccia rapporti economico militari con i capi rivoluzionari del piccolo gioiellino affacciato sull’atlantico.

Scambio di grano e zucchero animano gli intrecci russo-cubani, e la forza di Castro – col passare dei mesi – si solidifica fino a renderlo quasi “immortale”. E’ un problema per il buon Kennedy; lo è Cuba, lo è Fidel, lo è il suo comandante amato dai popoli il “Che”, lo è l’opinione pubblica e soprattutto questa strategica alleanza con Mosca. Le diplomazie faticano, il dialogo si arresta e in 12 mesi i rapporti tra le due super potenze si sgretolano.

Sono i primi anni Sessanta; quelli della first lady Jackie e dei suoi cappellini Chanel; dell’America che cambia, del boom dell’occidente e di una ricostruzione post bellica che fa ben sperare. Sono però – purtroppo – anche gli anni del blocco dei due mondi, della guerra fredda e il punto più critico di gelo e contrasti tra l’est filo sovietico e l’ampio mondo libero sotto l’egida Nato. La crisi tra Washington–l’Havana e Mosca si intensifica fino al punto in cui, il giorno 14 ottobre del 1962, uno dei ricognitori Lockheed U2 statunitense detto “dragon lady” sorvola l’isola e fotografa ciò che nessuno pensava mai di vedere. Il pilota, incredulo, assiste a qualcosa di inaspettato e riporta alla base materiale talmente scottante che Casa Bianca, Cia e Pentagono attivano immediatamente il livello d’allerta DEFCON 2, considerato “stato di guerra”. Basi missilistiche camuffate in tutto il territorio di Castro pronte all’uso per i micidiali MRBM, i missili balistici a media gittata di fabbricazione Sovietica, rivolte verso la vicina Florida e gran parte delle aree urbane della East Coast USA.

140 testate nucleari, ordigni che se lanciati possono raggiungere obiettivi distanti dai 1000 ai 3000 chilometri, quindi distruggere Miami in pochi minuti e New York in mezz’ora. La faccenda si fa seria, lo Stato Maggiore dei fratelli Kennedy si riunisce ripetutamente e in gran segreto, il grado di attenzione è estremo. E’ il 15 ottobre di 54 anni fa, l’inizio dei 13 giorni più temuti della storia dell’umanità. Un braccio di ferro tra Mosca e Washington, tra John e Nikita, contraddistinto da proclami, tenute di posizione, sangue freddo e tentativi di pacificazione.

La questione nelle ore successive non migliora, anzi, sprofonda sempre di più nel baratro delle incomprensioni e soprattutto di un orgoglio inaccettabile. I gran capi militari della Casa Bianca sussurrano al presidente ipotesi piuttosto variegate e sconcertanti; totale invasione dell’isola, immediata distruzione con bombardamenti a tappeto e perfino l’inizio di un conflitto su vasta scala. Kennedy ha poco più di 40 anni e si trova in una delle situazioni più scomode che un uomo di governo e un leader mondiale abbiamo mai vissuto. Il DEFCON si allarga a macchia d’olio e raggiunge anche l’Europa e tutto il blocco Nato.

L’occidente è pronto ma non sa esattamente a cosa. Questa volta si rischiano 10, 100, 1000 Hiroshima e la totale distruzione del pianeta.

Nikita non cede e John rimane in attesa di ulteriori sviluppi lanciando un primo segnale di forza tramite l’embargo totale. Non basta. Il supremo quartier generale del Cremlino decide di premere sull’acceleratore e da lo “sta bene” all’invio in mare di ulteriori navi cargo, contenenti all’apparenza approvvigionamenti agro-alimentari ma in realtà piene zeppe di rifornimenti missilistici. Grande e inaccettabile l’affronto per Washington e così il 35° presidente USA decide di contrastare con durezza l’arrivo della flotta Sovietica verso le coste di Cuba e in direzione Atlantico nell’unico modo possibile ed attuabile: il blocco navale a largo dei Caraibi.

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Dalle scrivanie e dai proclami propagandistici si passa – in poche ore – al confronto diretto sui mari, cosa fino ad allora praticamente inimmaginabile e di sicuro poco auspicabile. Navi cargo che avanzano da una parte e portaerei che si dispongono a scudo dall’altra. Ore da incubo. Le famose “valigette” sono pronte all’uso, quelle di cui tanto ci hanno parlato e che mai si era pensato di usare. L’agognato ordine di “fermo macchine” da Mosca non arriva e il mondo intero vive attimi di terrore. Telegiornali dell’epoca ne parlano e per chi ha ricordi quei minuti diventano interminabili. Il Santo Padre si appella ai due leader, l’Onu non ha poteri benché tenta ogni possibile mediazione e lo stallo appare appeso ad un filo. Quando tutto sembrava ormai inutile ecco che le incessanti trattative diplomatiche raggiungono una sofferta quanto ambita risoluzione. Ritiro delle installazioni da Cuba e dietrofront delle navi battente bandiere sovietica in cambio di una non invasione a tempo indeterminato dell’isola da parte degli “Yankee” Americani e una sostanziale riduzione dei missili a medio raggio in Italia e Turchia da parte della Nato. John e Bob accettano e Nikita ordina lo smantellamento degli ordigni presenti sulle coste di Castro contestualmente al ritorno in patria delle navi dall’atlantico ai porti della Siberia. 28 Ottobre 1962, 13 giorni dopo l’inizio della crisi l’allerta rientra e il mondo tira un sospiro di sollievo.  Questa è stata forse la peggiore situazione di rischio in cui si sia trovato il genere umano dalla fine del secondo conflitto ai giorni nostri. Sicuramente una delle tre più pericolose unitamente alla crisi di Berlino del ’61 e all’attrito venutosi a creare tra Ronald Reagan e Leonid Breznev dopo l’operazione in terra d’Europa denominata “Able Archer 83” (abile arciere).

Onore dunque a Kruscev, successore di Stalin e a Kennedy successore di Eisenhower che pur avendo operato in quei fatidici momenti in maniera talvolta eccessiva e discutibile, sono oggi ricordati meritatamente anche per quel loro straordinario buon senso che ha prevalso sulla follia.

La Crisi missilistica di Cuba ha segnato un momento chiave nel lungo periodo della Guerra fredda e, a distanza di mezzo secolo, per tutta una serie di valide motivazioni, non deve essere mai dimenticata. Onde evitare il ripetersi di quelle incomprensioni che hanno rasentato l’olocausto atomico nacque la “linea rossa”, un contatto diretto tra Washington e Mosca che per i decenni a seguire è stato estremamente utile nei rapporti internazionali fra i due “Big” della politica mondiale.

E’ bene ricordare cosa avvenne in quei confini e in quel preciso momento storico, lo è per coloro che lo vissero personalmente e per le nuove generazioni, poiché – se pur drammatico – è stato sicuramente un tassello importante del nostro recente passato!

Tags: atomicopianeta
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