I sondaggi vanno sempre presi per quello che sono, influenzati anche da come vengono poste le domande, dalla cronaca e soprattutto sovente sono frutto di risposte date ad impulso, senza ragionarci troppo, ma è anche vero che in qualche modo – se il campione è ben selezionato – fotografano i sentimenti della gente o almeno le tendenze.
“Termometro Politico” ogni settimana dà intanto risposte interessanti sugli umori generali e, per esempio, da qualche mese sottolinea l’appannamento di Giorgia Meloni che – dopo aver mantenuto come leader di governo livelli superiori al 40% di apprezzamento per oltre tre anni (un livello relativamente alto rispetto a quello che veniva registrato dai suoi predecessori) negli ultimi tempi – e significativamente dopo l’esito referendario – sta gradualmente scemando, attestandosi ora non oltre il 36,5% con un calo vistoso nell’ultimo mese.
Quali le motivazioni? Molteplici, ma come ho già accennato su IL PUNTO sembra soprattutto che l’elettorato percepisca come imbarazzante (e negativo) il suo rapporto con Trump che fino all’inizio dell’anno era invece un suo punto di forza rispetto agli alleati europei.
Questa critica si ripercuote anche sul giudizio generale per la premier giudicata troppo “atlantista” oltre a di fatto imputare al governo l’aumento dei prezzi, per ora un dato percepito più che reale.
Il rischio per il governo è ora quello dell’impasse: qualunque scelta faccia rischia di non recuperare voti e questa è una tagliola molto pericolosa per Giorgia Meloni, “ricattabile” dall’Europa se decidesse di svincolarsi troppo da Bruxelles, ma a rischio di andare contro il “feeling” di un numero crescente di italiani, se in qualche modo non si svincola da alcuni lacci europei.
Insomma: se Meloni guarda al centro perde voti verso Vannacci, se si radicalizza perde verso il centro dove Forza Italia & C. stanno annusando l’aria di un possibile “feeling” con frange di centro-sinistra che vedono pendere il “Campo largo” troppo verso Conte e l’estrema sinistra.
Una nuova alleanza al centro? Dipenderà dalla legge elettorale. Certo la seduzione di tenere una posizione equivoca per scegliere solo dopo il voto con che parte stare è sempre conveniente e soprattutto redditizia.
In questo quadro la crisi iraniana non ha certo aiutato a capire meglio gli umori ed è un peccato che nessuno ponga agli elettori una domanda secca: “Preferireste una riduzione degli aiuti all’Ucraina in cambio di una riduzione delle accise sui carburanti?”.
Sarebbe interessante conoscere la risposta. D’altronde, se l’Europa non permette di sforare il deficit salvo che spendendo di più in armamenti, è evidente come non ci siano risorse per altri tagli alle accise.
Una situazione generale che potrebbe rafforzare l’opposizione alla Meloni che però – a sua volta – si trova in difficoltà: non ha un leader condiviso e soffre di troppe contraddizioni interne, con la Schlein che – pur segretaria del più importante partito di una potenziale alleanza – sembra avere meno preferenze come leader di schieramento sia di Conte che della sindaca di Genova, Silvia Salis.
In realtà proprio un altro recente sondaggio di “Termometro Politico” sottolinea come, pur sommando tutti e tre questi potenziali candidati, arrivano solo al 60% delle preferenze dei loro potenziali elettori con un 40% che resterebbe comunque insoddisfatto. Trovare quindi un (una) leader anche a sinistra resta un problema e questo è indirettamente un punto di forza per Giorgia Meloni.






























