In occasione delle celebrazioni per la vittoria nella Seconda guerra mondiale (la “Grande Guerra Patriottica”, che costò all’URSS quasi 27 milioni di morti, di cui 18 milioni di civili tra vittime di guerra, fame e deportazioni, rispetto – per fare un paragone – ai “soli” 320.000 soldati italiani caduti su tutti i fronti e a circa 130.000 morti civili), Putin ha mandato al mondo un segnale criptico con impreviste aperture di pace che – ed è qui la novità – potrebbero vedere coinvolta direttamente l’Europa.
Nessuno ha però capito quali siano le reali volontà di Putin e, soprattutto, quali siano le basi concrete che potrebbero essere messe in campo per avviare un negoziato serio.
I dati dell’intelligence dicono che il fronte ucraino è stabile ma che, nonostante tutti gli sforzi, la Russia non sfonda, mentre la crisi iraniana sta intanto nuovamente riempiendo di soldi le casse di Mosca.
Un fronte consolidato che comunque logora e costa, anche se alla lunga la posizione più difficile è quella di Zelensky, che sopravvive solo grazie agli aiuti occidentali. Governi che però devono fronteggiare un’opinione pubblica sempre più scettica sulla partita ucraina e ora economicamente spaventata anche dalla crisi iraniana.
Se le possibilità di tregua cresceranno, come reagire? L’Europa si vede arrivare una palla imprevista che non sa come giocare o – meglio – come comunque rifiutare, visto che ha subito respinto l’ipotesi di avere l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder come mediatore e ha varato il 20° (ventesimo!) pacchetto di sanzioni contro la Russia.
Vero che Schröder ha contatti imprenditoriali con Mosca, ma anziché puntare a capire se Putin abbia davvero voglia di negoziare un accordo, la mia impressione è che la pace non sia voluta e nemmeno realmente tentata. Forse la malizia di Putin è proprio quella di voler smascherare la debolezza europea? Ma che l’Europa sia debole lo sanno tutti e, piuttosto, non facciamoci illusioni: i “falchi” europei hanno tutto l’interesse a continuare la guerra e, per la NATO (che ha perso da tempo le sue connotazioni “difensive”), è addirittura una questione di sopravvivenza.
Di “nuovo” c’è forse che la crisi iraniana sta appunto portando proprio l’Europa a rimetterci più di tutti e quindi anche Bruxelles avrebbe interesse a chiudere il fronte ucraino, non fosse altro perché soffre molto più degli altri il conflitto in Iran dal punto di vista dei costi dell’approvvigionamento energetico. Ma anche di questo aspetto non si vuole parlare, perché bisognerebbe ammettere l’utilità di riaprire rapporti energetici con Mosca.
Certo, se Putin si accontentasse della parte di Donbass già nelle sue mani, probabilmente a un accordo si potrebbe arrivare relativamente in fretta. Se invece insistesse nel chiedere altri territori, sarebbe difficile che l’Ucraina accetti di cederli “gratis”, anche se alla fine dovesse, “obtorto collo”, accettare un eventuale accordo deciso sopra la propria testa, visto che è la parte più debole di tutte.
Ipotesi: cominciamo con una tregua reciproca e significativa, visto che non c’è nulla di più definitivo del provvisorio. Ma gli europei si facciano sentire con i loro governanti: non si può soltanto dire “no”, per quanto Putin possa essere in torto o antipatico. Per far crescere una speranza di pace bisogna crederci, ma con sincerità, mentre l’Europa non sembra volerla né tantomeno cercarla.





























