Usa, telefonate spiate: ‘Patriot Act’ torna nel mirino

Lo scandalo delle telefonate spiate sulle utenze Verizon fa riesplodere lo scontro su una delle leggi americane piu’ controverse degli ultimi decenni: il ‘Patriot Act’, approvato dal Congresso su spinta di George W. Bush il 26 ottobre 2001, poche settimane dopo gli attentati dell’11 settembre. Si tratta infatti di una sorta di legge speciale i cui contenuti sono stati in larghissima parte confermati anche da Barack Obama. Di fatto questo provvedimento, allo scopo di reagire al fenomeno terrorista e intercettare sul nascere eventuali minacce, estende a dismisura i poteri d’intervento dell’intelligence e dell’autorita’ giudiziaria nella vita privata dei cittadini americani, autorizzando controlli estesi a tutti i livelli: dalle transazioni finanziarie alle comunicazioni telefoniche, alle e-mail. Insomma, si e’ scelto di sacrificare fortemente i diritti della privacy sull’altare della lotta al terrorismo. 

Secondo i tanti critici, pero’, questa legge va contro la Costituzione. In particolare sarebbe in contrasto con il quarto emendamento, quello che difende i cittadini americani da ‘perquisizioni, arresti e confische irragionevoli’. All’epoca della nascita degli Stati Uniti non c’erano i telefoni cellulari, ma secondo molti nella categoria ‘perquisizioni irragionevoli’ rientra anche il fenomeno delle intercettazioni di massa.

Del resto la legge parla chiaro, a partire dal nome che e’ un acronimo in cui Usa Patriot sta per: ‘Uniting (and) Strengthening America (by) Providing Appropriate Tools Required (to) Intercept (and) Obstruct Terrorism Act’ (‘unire e rafforzare l’America fornendo strumenti adeguati per intercettare e fermare il terrorismo’). E tra questi ‘strumenti’ ci sono appunto le controverse intercettazioni telefoniche che hanno fatto scoppiare lo scandalo in queste ore, ordinate dagli inquirenti a ignari cittadini.

Una vicenda che sta provocando grande indignazione, per Al Gore e’ un fatto "atrocemente scandaloso’, mentre il New York Times ricorda di aver chiesto lo scorso anno al governo di rendere pubblico un documento in cui si dettagliava l’interpretazione di Washington sui poteri di sorveglianza, ma che l’amministrazione Obama oppose un secco no.