Usa, midterm: Wall Street scommette sui repubblicani

Wall Street ha scelto. Quando manca meno di una settimana al voto di midterm, le grandi aziende hanno deciso di scommettere sui candidati repubblicani, soprattutto negli Stati piu’ in bilico nella corsa al Senato. Gli ultimi dati della Federal Election Commission non lasciano dubbi: negli ultimi sei mesi nei cosiddetti ‘swing state’ il fiume di denaro messo a disposizione dal mondo delle imprese e’ stato deviato dai democratici ai conservatori. E dire che i primi fino a qualche tempo fa facevano il pieno di soldi che arrivano dai ‘business Pac’, i comitati per l’azione politica finanziati dai grandi gruppi, raccogliendo fino a giugno circa il 61% delle donazioni. Ma ora la tendenza e’ cambiata. Da luglio a settembre quella percentuale e’ scesa al 42%, mentre le risorse versate nelle casse dei candidati del Grand Old Party si e’ impennata al 58%.

In gran parte – spiega il Wall Street Journal – questo ‘voltafaccia’ e’ legato ai sondaggi delle ultime settimane, che danno i repubblicani in corsa per il Senato in vantaggio un po’ ovunque negli Stati piu’ incerti. Dunque, una scelta di opportunismo da parte delle imprese. "Wall Street si attende un ritorno agli investimenti, e non ha senso puntare su chi molto probabilmente perdera’ la gara", spiega una nota azienda di brokeraggio. Anche se in realta’ in molti Stati si e’ di fronte ad un vero e proprio testa a testa: "E’ la gara elettorale piu’ aperta da dieci anni a questa parte", scrive Politico a proposito del voto di meta’ mandato. C’e’ poi la convinzione – come si spiega nell’ambiente delle lobby imprenditoriali – che in questa fase un Congresso totalmente in mano ai repubblicani sia "meno rischioso" rispetto alle posizioni piu’ dure di gran parte democratici nei confronti del mondo delle imprese.

Lo stesso motivo per cui molti ambienti di Wall Street hanno messo Obama nel mirino e hanno espresso preoccupazione per alcune recenti uscite di Hillary Clinton, finora vista molto vicina ai "poteri forti" del mondo della finanza. Per non parlare di come venga vista come fumo negli occhi Elizabeth Warren, possibile sfidante della Clinton nelle primarie del 2016, considerata ‘paladina dei consumatori’ contro le banche e i grandi gruppi finanziari.

"E’ sempre piu’ probabile che in Senato si ristabilisca una maggioranza pro-aziende", e’ la convinzione della camera di commercio Usa, dove si sottolinea come l’insistenza della Casa Bianca e di buona parte dell’establishment della sinistra sulla riforma di Wall Street e dei mercati "ha reso piu’ vulnerabili i candidati democratici ovunque. Cosi’ che le societa’ non sono piu’ disposte a firmare assegni a candidati che fondamentalmente non sembrano rappresentare i loro interessi". Ecco allora che nelle ultime settimane si e’ ridotto il flusso di denaro finora confluito nelle casse di candidati democratici che adesso rischiano di perdere il loro seggio senatoriale. E’ il caso di Mark Begich, in Alaska. O di Kay Hagan in North Carolina, dove il Pac di American Airlines l’ha tradita negli ultimi mesi per il candidato repubblicano Thom Tillis.

Stessa sorte per i democratici Mark Udall in Colorado e Mary Landrieu in Louisiana, abbandonata dalle aziende del settore energetico che ora le preferiscono il repubblicano Bill Cassidy.

Intanto qualcuno guarda gia’ alle midterm del 2018, se non alle elezioni del Senato che si svolgeranno con le presidenziali del 2016. Si intensificano infatti le voci su una possibile candidatura della first lady, Michelle Obama. Anche se dal suo entourage continuano a smentire categoricamente tale ipotesi: "E’ piu’ facile che diventi Papa", si scherza. Ma molti sostenitori del presidente Barack Obama starebbero letteralmente implorando la popolarissima Michelle a fare il grande passo, trasferendosi in California e candidandosi al seggio che eventualmente resterebbe aperto se la senatrice Dianne Feinstein decidesse di non ricandidarsi nel 2018.