Stato-mafia, giudici confermano: Napolitano deporrà

La decisione arriva al termine di un’udienza tesa che ha visto l’ex segretario Dc Ciriaco De Mita, oggi nei panni di teste, confrontarsi aspramente con i pm di Palermo. Solo prima di rinviare il processo il presidente della corte d’assise legge l’ordinanza con cui torna a ribadire che il capo dello Stato Giorgio Napolitano dovra’ deporre al dibattimento sulla trattativa Stato-mafia. Una decisione, quella dei giudici, sollecitata dalle difese di alcuni imputati che, dopo avere letto la lettera con cui il presidente della Repubblica, di fatto faceva sapere alla corte di non avere molto da dire sul processo, avevano chiesto la revoca dell’ammissione della deposizione. "Prendo atto dell’odierna ordinanza della Corte d’Assise di Palermo. Non ho alcuna difficolta’ a rendere al piu’ presto testimonianza, secondo modalita’ da definire, sulle circostanze oggetto del capitolo di prova ammesso", dichiara lapidariamente Napolitano.

Il capo dello Stato dovrebbe riferire dei timori espressigli dal suo ex consigliere giuridico Loris D’Ambrosio, poi morto, su episodi accaduti tra il 1989 e il 1993 riconducibili, secondo i magistrati, proprio alla trattativa Stato-mafia. Il Capo dello Stato nello scorso novembre aveva inviato una lettera al Presidente della Corte nella quale diceva di non aver avuto "ragguagli" o "specificazioni" da D’Ambrosio riguardo ai quei timori e, pertanto, di non avere "da riferire alcuna conoscenza utile al processo". Ciononostante, il collegio ha ritenuto di dover ugualmente raccogliere la testimonianza di Napolitano. Nei prossimi giorni la corte dovra’ concordare col Quirinale la data della testimonianza che verra’ resa al Colle alla presenza dei soli pm e difensori.

Nemmeno gli imputati potranno partecipare, stabilisce il collegio che, in assenza di una norma specifica, richiama l’articolo del codice che disciplina la deposizione del teste sentito a domicilio perche’ impossibilitato ad andare in udienza. L’esclusione della possibilita’ per gli imputati – ex politici come Nicola Mancino e Marcello Dell’Utri, boss del calibro di Toto’ Riina e Bagarella, pentiti ed ex ufficiali dell’Arma – di assistere alla testimonianza non e’ casuale. Immaginabile l’imbarazzo che avrebbe creato una presenza, seppure in videoconferenza dal carcere, dei padrini di Cosa nostra collegati col Quirinale.

Ma quale e’ il percorso seguito dalla corte nell’argomentare la sua decisione? Non si puo’ escludere il diritto delle parti di chiamare un testimone su fatti rilevanti per il processo solo perche’ il testimone ha escluso di essere informato sui fatti stessi, ritiene in sostanza il collegio. Anche perche’ "il dato negativo, riguardo alla conoscenza di determinati fatti, potrebbe assumere una valenza non necessariamente neutra nel contesto delle altre acquisizioni probatorie e della loro valutazione interpretativa".

In attesa di conoscere la data dell’audizione di Napolitano, il processo va avanti con l’esame dei pentiti. Si prosegue il 2 ottobre con Vincenzo Sinacori. Oggi e’ stata la volta, invece, di Ciriaco De Mita, sentito principalmente sull’avvicendamento tra Vincenzo Scotti e Nicola Mancino alla guida del Viminale. "Staffetta" voluta, secondo i pm, per contrastare l’impegno antimafia di Scotti. "Scotti voleva rimanere agli Interni, ma non motivo’ mai questa sua preferenza con l’intenzione di perseguire una strategia di lotta alla mafia. – ha detto De Mita spesso entrato in contrasto col pm Nino Di Matteo durante la deposizione- Poi, comunque, accetto’ l’incarico di ministro degli Esteri che certo non era una punizione, ma anzi il riconoscimento di una capacita’ di governo". E sulla decisione dell’ex ministro di dimettersi da dalla guida degli Esteri e scegliere la carica di parlamentare, quando il partito impose ai suoi l’opzione tra i due incarichi, il teste ha un’opinione precisa "a Scotti interessava conservare l’immunità".