La sede del PD inaugura una collaborazione storica, un fatto epocale in cui le due più grandi forze del Paese si siedono al tavolo e discutono di riforme. L’intesa, così come felicemente festeggiato da Forza Italia, tratta temi specifici e di impellente importanza per la vita istituzionale dell’Italia. Riforma del Titolo V della Costituzione, riforma della legge elettorale sul modello ispanico e dulcis in fundo, abolizione del Senato o meglio, trasformazione in una sorta di “Camera alta”, in cui i Rappresentanti (non eletti e non espressivi di fiducia nei confronti del governo) non percepiranno emolumenti e avranno funzione di raccordo nello Stivale. Personaggi emeriti che discutano tematiche importanti, superando il bicameralismo perfetto ed accelerando il processo legislativo.
Il sindaco di Firenze ha finalmente realizzato un tassello delicatissimo nella democrazia di una Nazione. Ovvero il principio con cui le regole vanno scritte assieme e poi, nel gioco, si alimentano i distinguo e si organizza la “partita”. Come possono avere una longeva esistenza le riforme se ad ogni cambio d’esecutivo vengono cancellate e riscritte? Si può governare con questo modus operandi? E’ legittimo ambire alla stabilità, se discutiamo ancora di come debbano essere assegnati i seggi? Matteo l’ha capito e marcia spedito verso una normalizzazione della dialettica partitica.
Sdoganare il Cavaliere e riconoscergli quella leadership e quella legittimità rappresentativa da vent’anni negata, è ad oggi il più tangibile ed innegabile cambio di rotta segnato dal neosegretario democratico. Alfano e compagni, inchiodati all’insussistenza, stanno strillando isterici le loro minacce per far saltare il banco. Bene, che facciano pure… Un grande ritorno alle urne è ciò che invoca Berlusconi e, silenziosamente, anche Renzi. Comunque vada, sarà un successo.
Twitter @andrewlorusso































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