Il day after dell’Italicum e della "riunione storica della Direzione nazionale che ha dato il via al percorso delle riforme" si trasforma in una giornata di tempesta interna per il Partito Democratico. Il presidente dell’Assemblea nazionale Gianni Cuperlo, avversario di Matteo Renzi alle primarie, si è dimesso con una lunga lettera indirizzata al segretario nella quale motiva, tra l’altro, la propria decisione così: "Mi dimetto perché sono colpito e allarmato da una concezione del partito e del confronto al suo interno che non può piegare verso l’omologazione, di linguaggio e pensiero".
A scatenare l’ira di Cuperlo è stata una frase pronunciata ieri durante la replica in Direzione dal segretario del Pd, che ha accusato il collega di fare una polemica strumentale sulle preferenze nonostante sia stato uno dei pochi beneficiari del "listino" bloccato alle scorse elezioni. La risposta alla missiva di Cuperlo da parte di Renzi non si è fatta attendere: "Caro Gianni, rispetto la tua scelta. Pensavo, e continuo a pensare, che un tuo impegno in prima persona avrebbe fatto bene alla comunità di donne e uomini cui ti riferisci nella tua lettera. Comunità dove ci si può sentire offesi perché uno ti dice che sei livoroso. E dove si può rimanere con un sorriso anche se ti danno del fascistoide. Siamo il Partito Democratico non solo nel nome, del resto. Un partito vero, non di plastica. Mi spiace che ti sia sentito offeso a livello personale. Ti ringrazio per il lavoro che hai svolto nel tuo ruolo e sono certo che insieme potremo fare ancora molto per il Pd e per il centrosinistra". Nonostante i tanti appelli che già si stanno susseguendo in queste ore, sembra che Cuperlo non sia in procinto di ritirare le dimissioni, né che Renzi abbia alcuna intenzione di chiedergli un ripensamento.
Al di là del botta e risposta tra i due, lo scontro interno al Pd potrebbe però tradursi in un faccia a faccia politico in Parlamento. L’ala sinistra del Pd, che fa capo proprio a Gianni Cuperlo, è in subbuglio. Da una riunione tenutasi oggi, è emersa la volontà di verificare in Aula se quanto illustrato ieri da Renzi sia davvero frutto di un accordo ampio o se sia limitato solamente a Forza Italia. "Il punto – sottolinea Andrea Giorgis, componente Pd della commissione Affari Costituzionali della Camera – è che questa mattina in commissione ci sono stati diversi interventi critici come quelli di Scelta Civica e Sel". In sostanza, se alla prova del Parlamento l’Italicum non si rivelerà una soluzione che tiene insieme tutti, o almeno le forze che sostengono il governo Letta, la minoranza interna del Pd darà battaglia. Tra i più agguerriti, il bersaniano di ferro Alfredo D’Attorre: "Così come ieri si è riusciti ad ottenere il doppio turno, credo che con l’iniziativa parlamentare si possano correggere altri aspetti che non vanno, a partire dalle liste bloccate". L’unità della stessa minoranza, però, comincia a dare segni di cedimento. Matteo Orfini, esponente dei Giovani turchi, è propenso ad accogliere l’appello di Renzi ("o il testo viene votato così com’è o salta tutto"): "Io un emendamento per le preferenze non lo voto, a meno che non sia l’emendamento del mio partito. Mi attengo alle decisioni della direzione e del gruppo, perché questo è il modo per tenere unito il Pd. Altrimenti, per questa via, il Pd si sfascia". Tra accuse di dirigismo da una parte e timore di ‘imboscate’ parlamentari dall’altra, il partito si prepara ad un’altra serata di passione: tra poche ore infatti Renzi incontrerà i deputati del suo gruppo e verificherà da subito la sua tenuta davanti agli scossoni delle ultime ore. La stella polare del segretario rimane quella di portare il testo della riforma in Aula alla Camera entro il 27 gennaio, come promesso, senza che la commissione Affari Costituzionali ne stravolga l’impostazione di base.
































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