Marò italiani all’estero, l’onore di una Nazione non si svende! – di Roberto Pepe

Avendo scritto diversi articoli sulla situazione di stallo in cui permane la vicenda dei due marò italiani trattenuti in India, ho ricevuto diverse lettere di commento ai miei scritti: fra queste, una da parte di un caro amico e collega del 20° Corso (1963) dell’Accademia Militare di Modena – ora generale in pensione e residente a Houston, negli USA -, nella quale mi esterna il proprio rammarico per la vergognosa assenza dello Stato italiano nella penosa situazione dei due marò. Con la sua missiva ha voluto farmi presente l’approccio mentale con cui alcuni suoi amici generali americani – con i quali egli stesso ha combattuto in Iraq – percepiscono questa ingarbugliata situazione evolutasi “all’italiana”. I militari americani si meravigliano che lo Stato italiano accetti qualsiasi imposizione da parte dell’India senza difendere opportunamente con dignità i “propri” soldati all’estero, addirittura facendo deporre altri militari coinvolti, presso l’Ambasciata indiana a Roma e, quindi, in territorio indiano!

Altro fatto eclatante fu quello che riguardava il comportamento della nuova amministrazione romana che vietò di mantenere al Campidoglio alcuni striscioni – come fu fatto per altri fatti internazionali – inneggianti alla liberazione dei due soldati, richiamando (solo ora) un maggior decoro dei monumenti capitolini…

Un altro caro amico del mio stesso corso (che vuole restare anonimo) mi ha raccontato che a Bari la vicenda circa i due marò è all’ordine del giorno, ma proprio in quella sala Aldo Moro del dipartimento Giurisprudenza della Università, dove si teneva un convegno sulla legalità (il mio amico era seduto al fianco alla signora Girone), pur essendo il convegno dedicato ai marò, dei fucilieri di marina non si è mai parlato, perché – è stato detto tra le righe – era meglio “non agitare le acque”!

Non è finita: il 23 novembre quel gruppo di convenuti al convegno si è recato a Roma davanti alla Farnesina per una manifestazione a favore dei marò (c’era anche la signora Girone). Ebbene, anche nella Capitale, l’ordine – espresso anche da parte di alcuni Presidenti di Associazioni militari – fu di "nascondere insegne e quant’altro, perché era meglio non agitare le acque”!

Qualcuno deve rispondere: perché è possibile trattare sull’onorabilità del popolo italiano e sulla nostra Nazione? Svendere la nostra onorabilità, fino a regalarla, è un’azione che può trasformarci tutti, agli occhi del mondo, in quaquaraqua. Già tra mafia, mandolini, pizza, bunga bunga, neo politici-clown, siamo su quella strada, ma almeno i militari che operano all’estero per la Nazione (una nave è territorio nazionale), cerchiamo di salvaguardarli!