Che Matteo Renzi rappresenti una grande e positiva novità nella politica italiana, e che vada salutata con favore, è indubbio. Che ci si trovi veramente di fronte all’astro nascente, destinato a condurre l’Italia verso immancabili destini, è invece ancora tutto da vedere. Troppe volte, nel passato più o meno recente, in tanti si erano affrettati a gridare al salvatore e a inneggiare al nuovo leader, per poi doversi amaramente ricredere. Basta ricordare, in anni già lontani, i casi di Mario Segni e di Antonio Di Pietro, che sembravano avere il paese in pugno, e si sono poi miseramente sgonfiati. O, più recentemente, l’avvento del miracolato Mario Monti (che il mago Napolitano avrebbe fatto bene a lasciare dentro al cilindro), salutato da tutti i commentatori come l’uomo che ci avrebbe portato verso lidi migliori (modestamente e fin dall’inizio chi scrive fu una delle rare eccezioni). Per finire, si potrebbe menzionare lo stesso Enrico letta, la cui stella sembra aver già perso molta della lucentezza iniziale.
Matteo Renzi invece rappresenta una svolta concreta e significativa. Che abbia doti di comunicatore e di leader, è certo. In caso contrario, non avrebbe potuto ottenere con una maggioranza schiacciante l’investitura a segretario del PD, nè avrebbe potuto osare di fare l’accordo con Berlusconi, che, se si concretizzerà, rappresenterà per l’Italia un fatto storico, come lo è stato per la Germania e per il mondo la caduta del muro di Berlino.
Oggi da noi è finalmente caduto il muro dell’incomunicabilità e dell’ostracismo diretto contro colui che da vent’anni raccoglie l’appoggio di una parte significativa e spesso maggioritaria degli elettori. Il fatto che Renzi abbia potuto siglare l’accordo sulle riforme più urgenti, quella elettorale e quella che dovrebbe eliminare il nostro nefasto bicameralismo perfetto, è ancor più straordinario perché, lui non ancora quarantenne, non solo è riuscito a portare dalla sua parte le nuove leve del partito, ma anche molti dei seniores del Pd. Che costoro l’abbiano fatto perchè sinceramente convertiti, oppure obtorto collo per evitare di essere spazzati via, al momento è irrilevante. L’importante è che le due riforme si facciano, nei modi e nei tempi annunciati.
In un partito che discende direttamente da quello comunista, non deve comunque sorprendere che ci sia un’ala che è riluttante e che rema in senso contrario. Loro non possono accettare il decisionismo del neosegretario, che se ne frega dei tabù, come quello delle eterne e paralizzanti concertazioni imposte dal conformismo di sinistra. E ora si appigliano alla mancanza delle preferenze, che solo in apparenza rappresentano un sistema più democratico. Il discorso sulle preferenze meriterebbe uno spazio più ampio, ma, con collegi elettorali ristretti e con le primarie, gli elettori avranno comunque il modo di scegliere chi portare nel prossimo Parlamento.
Il fatto che ci sia stata una convergenza sulla necessità di garantire il bipolarismo, è forse la cosa pìù positiva dell’accordo. La nostra frammentazione partitica è una sciagura che perdura da decenni e che ha immobilizzato il Paese. I vari capetti dei partitini personali e i luogotenenti troppo ambiziosi dovranno in futuro convincersi a fare politica all’interno del bipolarismo, e ci auguriamo che la possibilità di ricorrere alla politica dei due forni (con un centro che ondeggia a proprio piacimento a destra o a sinistra) sia eliminata per sempre. Tuttavia la strada è ancora lunga e gli ostacoli non mancheranno. E poi occorrerà vedere cosa succederà con quel terzo incomodo del M5S. Per ora l’ottimismo non può che essere cauto e contenuto, ma almeno da oggi, grazie a Renzi e a Berlusconi, abbiamo qualcosa di più concreto in cui sperare.
































Discussione su questo articolo