Epifani (Pd): scontro fra governo e sindacati fa male al Paese

"Renzi è arrivato a Palazzo Chigi con il voto delle primarie, con il sostegno larghissimo del popolo del Pd, con il sì forte della direzione del partito. Ma se c’è stata una frase inquietante è stata quella di Marchionne. ‘L’abbiamo messo lì’, ha detto l’Ad di Fca. Non è cosi e quella è una frase arrogante e padronale". Così, in una intervista ad Avvenire, l’ex segretario del Pd e della Cgil Guglielmo Epifani, sulla scia della denuncia fatta dalla leader della Cgil Susanna Camusso.

Una scissione nel Pd? "E’ una cosa senza senso, una pura invenzione. Non esiste nulla di tutto questo, c’è solo una minoranza del Pd che chiede un altro rapporto tra il partito e il mondo del lavoro. Bisogna rendersi conto che il Paese è su una polveriera ed è il momento di ricalibrare scelte e comportamenti. Bisogna capire che questa è una crisi che accentua le differenze. C’è un pezzo del Paese che rischia di perdere tutto e va preso per mano. Se perdi un lavoro a quarant’anni, perdi tutto. Come dai risposte a questa parte del Paese? Come avvicini le condizioni di chi ce la fa con quelle di chi è rimasto indietro?".

Nel rapporto tra governo e sindacati "non si era mai arrivati a un punto così profondo di contrapposizione. E questo è un male. Non per il Pd, non per la Cgil. E’ un male per il Paese e su questo punto Renzi deve riflettere. In una stagione segnata da una crisi cosi profonda le forze sociali hanno un ruolo di cui non si può fare a meno. E’ così: senza quel ruolo il potenziale conflitto sociale si scaricherà sul governo".

Secondo il deputato Pd "il rischio che si apra una stagione di tensione c’è, è reale. E la miscela è la sofferenza sociale che si lega a un conflitto permanente tra governo e sindacato. Un conflitto che anziché essere ricomposto, giorno dopo giorno, rischia di salire di intensità, di esasperarsi. E questo va evitato", "siamo in una fase in cui i ponti vanno gettati, non tagliati". "Se salti il rapporto con le parti sociali e se lo consideri con sufficienza accentui l’esasperazione individuale e corporativa e rischi di accendere il radicalismo e la violenza – prosegue -. Ma presto capiremo come ha deciso di muoversi il presidente del Consiglio: sarà il Jobs act il primo vero banco di prova. Se il governo mette la fiducia da un segno di chiusura sbagliato; deve accettare che nel dibattito parlamentare si affrontino nodi irrisolti. Deve farlo anche perché toccare il tema dell’articolo 18 è stata una scelta infelice, un errore grave: dopo sette anni di crisi l’Italia conta un milione di licenziati e aveva senso ora aprire una discussione sulla facilità di licenziare? Era questo il momento?".