Ecco perchè l’economia italiana è sul punto di crollare

Dopo il successo del Movimento 5 stelle nelle ultime elezioni amministrative, il presidente del Consiglio italiano, Matteo Renzi, le cui riforme non hanno dato gli effetti sperati, probabilmente comprende che cosa volesse dire Benito Mussolini affermando "governare gli italiani non e’ impossibile, e’ semplicemente inutile", scrive sul quotidiano britannico "The Independent" l’esperto di mercati finanziari Satyajit Das.

L’economia italiana si e’ contratta del dieci per cento dal 2007, dopo una tripla recessione; la disoccupazione e’ al 12-13 per cento, intorno al 40 quella giovanile; consumi e investimenti sono fiacchi. Il danno e’ a lungo termine, dato che e’ andato distrutto il 15 per cento della capacita’ industriale, con conseguenze sull’occupazione e il potenziale di crescita; le piccole imprese, un tempo la forza dell’economia nazionale, soffrono del calo delle vendite e della redditivita’ e della carenza di finanziamenti.

Dopo anni di deficit, l’Italia registra un avanzo delle partite correnti dell’1,9 per cento, riflesso piu’ del deterioramento dell’economia che di una variazione nei commerci. Le banche sono alle prese con prestiti inesigibili o dubbi per 150-200 miliardi di euro, con la conseguente limitazione del credito all’economia. Il debito dell’economia reale (Stato, famiglie e imprese) e’ del 259 per cento del prodotto interno lordo, il 55 per cento in piu’ rispetto al 2007. Gli investimenti internazionali netti sono al -32 per cento del Pil. Il disavanzo e’ al tre per cento del Pil, il debito pubblico al 140 per cento.

Le tasse non raccolte ogni anno ammontano a 160 miliardi di euro. La crisi del debito dell’area dell’euro e’ stata un fattore negativo, ma al cuore dei problemi c’e’ la crescita stentata dall’introduzione della moneta unica. La regolamentazione del lavoro e’ ancora rigida, con costi elevati e barriere alle assunzioni e ai licenziamenti. La produttivita’ aumenta lentamente. L’economia e’ sempre piu’ sbilanciata tra produttori di fascia alta, come quelli del lusso, e comparti che non riescono a competere.

A cio’ si aggiunge il divario tra Nord e Sud. Le debolezze strutturali sono numerose: la difficolta’ di avviare un’impresa; le infrastrutture datate; una spesa per l’istruzione inferiore al cinque per cento del Pil, contro una media Ocse del 6,3; un burocratismo leggendario. Le tasse rappresentano il 46 per cento del Pil; secondo la Banca Mondiale la pressione fiscale effettiva e’ del 65 per cento, contro una media europea del 41.

Le dimensioni del settore pubblico non sono proporzionate alla qualita’ dei servizi e le cose non vanno meglio nel settore privato, dominato da societa’ monopolistiche o oligopolistiche collegate tra loro. Il livello della corruzione e’ alto e il suo costo e’ stimato dalla corte dei Conti in circa sessanta miliardi di euro all’anno, pari al quattro per cento del Pil. Nonostante il peso dei problemi, il desiderio di cambiamento e’ limitato: gli italiani sembrano preferire i "pannicelli caldi" alle riforme radicali.