Se è vero che l’equazione «decadenza-crisi di governo» è stata cancellata con una penna indelebile tre settimane fa – quando le Camere hanno votato la fiducia all’esecutivo, soffocando la linea dura di una parte del Pdl –, la trepidazione all’interno della maggioranza è lungi dall’essere debellata. Superato lo stallo sul voto della Giunta elezioni e immunità del Senato, il dibattito verte ora sulla modalità con cui l’assemblea si esprimerà in merito alla decadenza di Silvio Berlusconi dalla carica di senatore, proposta a maggioranza dall’organo giurisdizionale di Palazzo Madama.
Le ipotesi sono due: il voto segreto, già previsto dal regolamento del Senato per le deliberazioni «riguardanti persone» – ex art. 13, co. 3 –; e il voto palese, il cui ambito di applicabilità è stato esteso in modo da comprendere ogni deliberazione avente riflessi di ordine finanziario e, più in generale, qualsiasi provvedimento ad esclusione di quelli sulla persona.
Hanno destato ulteriori fibrillazioni le parole del titolare della «Camera alta», Piero Grasso, secondo cui «se il voto sarà segreto, bisognerà vedere se sarà davvero un voto di coscienza o se dipenderà piuttosto da interessi diversi; con il voto palese, invece, tutto sarebbe più chiaro». Il capogruppo Pdl alla Camera, Renato Brunetta, ha attaccato recisamente il contenuto di tali dichiarazioni, definendole «lesive della dignità dei parlamentari»: «Ritenere che i senatori col voto segreto possano rispondere a interessi diversi dalla coscienza è una insinuazione gravissima». Poi, parafrasando Giovanni Falcone, ha concluso: «Il sospetto è l’anticamera della calunnia».
Se la linea del Partito Democratico al proposito è piuttosto (ondi)vaga – «non si sta comunque parlando di un’autorizzazione a procedere» –, il M5S ha già fatto sapere che spingerà per il voto palese; questa posizione implicherebbe una proposta di modifica del regolamento del Senato, che sancisca l’abrogazione del voto segreto nei casi che esulano da «conseguenze giudiziarie dirette per il senatore oggetto di delibera». Sulla linea opposta – insieme al Pdl, beninteso – Lega Nord e Scelta civica: «Il regolamento del Senato in questi casi tutela il segreto e va applicato. I principi non possono essere rispettati in modo più o meno disinvolto a seconda delle persone», dice Casini; «Il regolamento sul punto è chiaro ed inequivocabile», conferma Renato Schifani.
Intanto, Maurizio Lupi pensa a spegnere le scintille generate dal caso, e assicura che la tenuta del governo non verrà scalfita da qualche polemica dell’ultim’ora; non la pensa esattamente così, però, Mariastella Gelmini, secondo la quale «espellere dal parlamento una rappresentanza politica e, di conseguenza, milioni di italiani che hanno votato Berlusconi, senza avere nemmeno concesso un ricorso alla corte Costituzionale o alla Corte europea per verificare la legittimità costituzionale della Legge Severino, credo sia un fatto gravissimo e lacerante per i rapporti interni alla maggioranza»: capito, Letta?
E allora se è vero che di questione regolamentare – e non politica – si tratta, Pd e Pdl dovranno quantomeno giungere ad un soddisfacente compromesso per evitare che le basi su cui fa leva il governo cedano per la seconda volta in così poco tempo. Intanto, dagli States il presidente Grasso «si stupisce per il vespaio di polemiche scatenatosi per una constatazione ovvia in cui si sottolineava che il voto palese sia palese mentre il voto segreto possa essere utilizzato seguendo logiche diverse dalla coscienza, come successe in passato».
Dovendoci basare sul passato, ma soprattutto sulle constatazioni ovvie, diremmo che il regolamento del Senato non lascia spazio a chiacchiere; e cambiarlo in funzione della decadenza di Berlusconi significherebbe delegittimare la linea abbracciata finora dal Pd, quella per cui «si fa solo quanto previsto dalle regole, nessun accanimento politico». Perché talvolta ci si stupisce troppo; talaltra, troppo poco.
































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