CORONAVIRUS | Verona, un medico del pronto soccorso: “Abbiamo paura di morire”

“Per noi ma soprattutto per le nostre famiglie. Io ho chiesto a mio marito di andare via di casa perchè non me la sentivo di averlo lì”

La dottoressa Lucia Frigo, medico di pronto soccorso dell’ospedale Pederzoli di Peschiera del Garda (prov. Verona), è intervenuta su Radio Cusano Campus e sulla situazione nel suo ospedale ha detto: “E’ dura perchè il mio ospedale è proprio al confine tra il Veneto e la Lombardia, sia da un lato che dall’altro ci sono molti casi quindi è molto difficile sia professionalmente che umanamente. Spesso lavoriamo anche 12 ore di fila. Nei pronto soccorso arrivano sia i pazienti che hanno il Covid o si sospetta che ce l’abbiano, ma c’è anche il resto dei pazienti che ci sono tutto l’anno e non sono diminuiti. C’è il nonnino che magari è scivolato e s’è rotto il femore, c’è il signore con l’infarto o con l’ictus, c’è chi ha la polmonite ma non il covid. Fuori dal nostro ospedale c’è il triage che separa i pazienti che hanno il covid da quelli che hanno le altre patologie in modo che non vi sia il rischio di contagio”.

Sulle condizioni di sicurezza. “I dispositivi di protezione sono ‘misurati’. Si cerca di rispettare il diktat dell’Oms, a tutti i pazienti viene fornita una mascherina chirurgica, noi indossiamo occhiali personali che poi puliamo con i disinfettanti. Abbiamo mascherine chirurgiche anche noi, ma nel caso dovessimo fare procedure come l’intubazione viene fornita anche una ffp2 che sono quelle mascherine con il filtro. Abbiamo i camici appositi, ma vengono dati solo a chi viene in contatto con il paziente. E poi abbiamo i guanti che vengono dati anche ai pazienti. Diciamo che rispetto ad altre zone non siamo messi male da questo punto di vista. La sanità del Veneto è un’ottima sanità, poi ci sono sempre margini di miglioramento”.

Sui tamponi. “Noi non l’abbiamo fatto il tampone in ospedale, viene fatto solo a chi è sintomatico. Forse sarebbe giusto farlo a tutto il personale medico perchè, per quanto uno possa mettere le protezioni, la certezza di non essere infetti non ce la puoi avere. E’ anche vero che se risultassi positiva e non andassi a lavorare, chi ci va al posto mio?”.

“Abbiamo paura da morire, per noi ma soprattutto per le nostre famiglie. Io ho chiesto a mio marito di andare via di casa perchè non me la sentivo di averlo li… Non siamo eroi, siamo professionisti e lavoratori come tutti gli altri. Siamo sempre umani e abbiamo bisogno d’aiuto. Ora per tutti siamo eroi, non vorrei che poi tra qualche mese la cosa venisse dimenticata e si tornasse come prima. Fino a qualche mese fa eravamo quelli che venivano presi a botte e a male parole nei pronto soccorso”.