Uruguay, un paradiso per lo sfruttamento della prostituzione – di Stefania Pesavento

La liceità del lavoro sessuale in Uruguay è sanzionata dall’art.1 della legge 17.515 del 2002. Trattasi di una legge derivante dall’esistenza di decreti precedenti e che affonda le proprie radici nel primo trentennio del secolo scorso. La 17.515 stabilisce che la professione sessuale, che coinvolge oggigiorno professioniste e professionisti, dev’essere svolta in piena libertà e senza costrizioni, esclusivamente da maggiorenni. Come spesso accade in questo Paese, le regole sono state fissate in dettaglio, ma il problema deriva dal lato pratico, in quanto esse non sono mai state applicate con la dovuta cura. Infatti, se da un lato esiste il Registro Nazionale del Trabajo Sexual, dall’altro ci sono molti lavoratori irregolari, che vengono sfruttati da “imprenditori” senza scrupoli e dei quali le autorità ignorano l’esistenza. E se è vero che di persone sfruttate ne possiamo contare a bizzeffe in generale, in questo caso la questione è leggermente differente, dato che secondo la legge a cui abbiamo fatto riferimento (e in particolare al suo art.4) è il Ministero dell’Interno a doversi occupare della prevenzione, repressione e sfruttamento della prostituzione, oltre ad essere incaricato di evitare pregiudizi a terzi e di preservare l’ordine pubblico. Fosse solo questo il punto tuttavia, ci troveremmo nella stessa identica situazione che altrove, in molti altri Paesi, in quanto il controllo e la regolazione della prostituzione sono piaghe che affliggono anche gli stati più ricchi e sviluppati. Ma questa faccenda assume un rilievo più pesante e in un certo senso scomodo per le autorità. Piovono accuse sulla gestione della prostituzione, accuse fondate e quasi certamente mosse solo dalla volontà di migliorare la situazione.

L’Uruguay, secondo Karina Nuñez, una referente delle minoranze sessuali del Dipartimento di Rio Negro, sarebbe “un paradiso per le grandi reti di prostituzione perché qui non esiste alcuna normativa che si rispetti”. In pratica il Paese sarebbe il posto perfetto per sviluppare il business della prostituzione. Un’accusa alquanto pesante. La Nuñez continua: “Vengono a fare scouting, ma anche a lavorare. Senza andare troppo lontano, a Paysandú esistono locali diretti da argentini, che non figurano come proprietari, ma fanno pagare delle mensilità alle donne che vi lavorano”. Cosa che non è certo legale e si configura come sfruttamento della prostituzione. Inoltre, pare che molte donne vengano convinte ad esercitare in Uruguay dagli stessi argentini, “attraversano liberamente il ponte (Paysandú-Colón) e nessuno controlla, perché non ci sono funzionari formati per questo tipo di compiti”. Se lo vogliamo vedere da un altro punto di vista, il Paisito starebbe permettendo quello che internazionalmente si chiama tratta di persone. E nel caso dell’Uruguay anche di minorenni. Eppure di miglioramenti, di passi avanti, ne sono stati fatti negli ultimi anni. Ma resta ancora tanto da fare, come ci ha spiegato Luis Purtscher, Direttore di CONAPESE Uruguay (Comite para la erradicación de la explotación sexual comercial de niñas, niños y adolescentes) che si occupa di prevenire lo sfruttamento di minori e di assistere le vittime di abusi. Nato nel 2007, CONAPESE è un’alleanza interistituzionale che riunisce i professionisti di varie istituzioni pubbliche (come l’INAU, il Ministero dell’Interno e quello della Salute, oltre a quello di Turismo e Sport e il MEC) con quelli dell’UNICEF, l’Istituto Interamericano del Niño e l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni. Purtscher ci ha detto che “il primo piano di azione e sensibilizzazione della comunità è stato messo in atto nel 2009” e che questo fenomeno, lo sfruttamento dei minori ai fini della prostituzione “è stato per troppo tempo un fenomeno culturalmente negato”. Grazie alla cooperazione con altre istituzioni, il COPADESE è riuscito a generare delle aree specifiche di lavoro in vari istituti che si occupano del fenomeno. Quali sono i miglioramenti che ha potuto osservare negli ultimi anni, se ci sono? “Si parla del fenomeno, questo è già un progresso notevole. Perché lo sfruttamento sessuale viene sempre dopo. Dopo la droga, dopo las situaciones de calle. Semplicemente dopo. Da quando abbiamo iniziato il nostro lavoro siamo venuti via via a conoscenza di un maggior numero di casi. Nel 2009 e nel 2010 le vittime sono state venti l’anno. Nel 2011 40 e nel 2012 ben 51. Più conosciamo il territorio e più ci rendiamo conto che il problema è serissimo. Esiste  una sorta di occultamento del fenomeno, che in qualche modo viene giustificato dal dominio di
genere e dal patriarcato”.

Come lavora concretamente COPADESE? “Raccogliamo le denunce, ma elaboriamo anche statistiche. Cerchiamo di avvicinarci alla gente, affinché la gente si avvicini a noi”. Quali sono i progetti per l’anno in corso? “Ci troviamo in un momento chiave per l’istituzione, nel 2013 prevediamo l’attivazione di un équipe itinerante, che possa monitorare tutto il territorio uruguayo. E l’apertura di un centro di attenzione alle vittime. Concretamente, stiamo lavorando con l’UNICEF per la campagna di sensibilizzazione “No hay excusas”. Perché la gente deve sapere cosa succede e va sensibilizzata, oltreché formata”.

Seguiremo il tema in maniera più approfondita nelle prossime settimane, cercando di spiegarvi quante sono le donne vittime e che possibilità hanno di ricominciare da zero la propria vita, sopravvivendo a violenze e maltrattamenti che difficilmente potranno dimenticare. Ad oggi, un’iniziativa ha colpito la nostra attenzione: a Fray Bentos è stato aperto il primo centro dell’Interior per i professionisti della prostituzione. Visto che il mercato uruguayano permette guadagni migliori che in Argentina, il numero di straniere è aumentato vertiginosamente negli ultimi mesi, ingrossando le file delle prostitute locali. Sotto l’orbita della Red de Atención de Primer Nivel de ASSE, la policlinica in questione, offre un’assistenza integrale a prostitute (anche transessuali). E vorrebbe arrivare a monitorare il settore, per individuare casi di sfruttamento e ridurre la prostituzione illegale. La crisi europea e quella argentina hanno deviato la tratta di persone verso l’Uruguay, raccontano al centro. Con questa iniziativa, le prostitute possono avere la certezza di ricevere attenzione medica seria ed efficiente, senza perdere “troppi giorni di lavoro” per monitorare la propria salute. Il numero di persone assistite ogni settimana è già triplicato.