Un nuovo 1967 nel Golan? – di Roberto Pepe

Nel 1967 feci parte del primo gruppo di visitatori delle alture del Golan, occupate da Israele dopo la guerra dei sei giorni. La guida ci disse allora: “Ricordatevi che Israele non cederà mai due territori occupati: Gerusalemme, per ovvi motivi storico-religiosi, e queste alture del Golan, per motivi strategici”. Il Golan è situato a cavallo tra Siria, Libano ed Israele e quella posizione dominante sulla bassa pianura israeliana degradante verso il mare, rappresentava una continua spada di Damocle sospesa. “Ci potevano distruggere con uno sputo da quassù…” ci disse l’ex soldatessa bionda israeliana, indicandoci il mare in lontananza oltre la pianura e proseguendo, con le lacrime agli occhi, ricordò: “I nostri contadini venivano a concimare il deserto fin qua sotto al confine con l’autoblindo, per difendersi dai siriani che si divertivano a tirare al bersaglio da queste casematte. Guardate: dove finisce il verde finiva Israele…”. Capii da quelle parole che la guerra dei sei giorni era stata un vero atto strategico di difesa e frutto della disperazione!

Durante quella visita presso quel comando siriano distrutto, apparve evidente la sorpresa dell’attacco del ’67 da parte delle truppe israeliane: una sedia da barbiere all’aperto, sul sedile ancora un pennello da barba col sapone, ed il rasoio sporco a terra. Nessuna nazione sospettava alcuna azione del genere e men che mai la stessa Siria, che faceva solo gran baccano!

Ad Arziv (Naharyia), villaggio situato a qualche chilometro dal confine Nord col Libano (neutrale allora), nel 1967 si andava al mare, quando gli israeliani, da soli, come sempre, seppero intervenire al momento giusto, per prevenire gli imminenti facili attacchi. Il Mossad, come ha dimostrato nella propria storia, sa quando e dove intervenire, a prescindere dall’inerzia occidentale determinata, ora, dalla confusione tra “primavere arabe”  e liberazioni da tiranni rais, universalmente accettate anche se avvenute sotto i colpi del fondamentalismo. Gli anglosassoni nuovamente dimostrano, come molte volte è accaduto nella storia, di non saper valutare con precisione chi sia il vero nemico da combattere. La loro scarsa visione politica previsionale e strategica e’dovuta ad una certa “saccenza”, suffragata dalle interpretazioni contrastanti dell’ONU e dalla smania europea di alcuni Stati a strizzare l’occhio al potenziale vincitore “liberatore” per qualche barile di petrolio in più.

Speriamo solo che non si ripeta l’errore dell’ Afghanistan, dove si appoggiarono i fondamentalisti per combattere il mondo sovietico (male minore che si è risolto da solo!). E speriamo, ovviamente, che qualsiasi cosa abbia in mente Israele, sappia gestirla con determinazione e velocità, senza strascichi pluriennali che coinvolgano altri popoli poco avvezzi alla guerra (quale siamo noi…!).