Un 2 giugno di concretezza – di Marco Fedi

L’anniversario della Repubblica italiana può essere, tra tante altre cose, anche una buona occasione per riflettere sul percorso intrapreso con le riforme, sulle ragioni del Partito Democratico alla vigilia di importanti elezioni regionali e, in generale, sull’azione del Governo Renzi.

E’ bene partire da alcuni elementi di fondo, che ci aiutino a capire: le elezioni del 2013, senza un chiaro vincitore, il successo di Renzi alle primarie e l’incertezza del PD di Letta nell’affrontare due nodi, cruciali quanto i temi dell’economia e del lavoro: la riforma costituzionale e quella elettorale.

Partirei proprio dalle primarie, nuovamente in discussione dopo la scelta dei candidati per le regionali. Sono certamente uno strumento valido di designazione dei candidati. Affiancate ad una buona legge elettorale, possono dare un buon contributo nella selezione della classe dirigente.

Il risultato delle primarie deve però essere accettato, nonostante i dubbi, pur legittimi, sulle modalità con cui si sono svolte. Dubbi che, comunque, non ne alterano la sostanza di strumento di scelta democratica. Il Partito Democratico deve fare uno sforzo per renderle più trasparenti e per favorire con le primarie la partecipazione dei circoli e degli iscritti alla assunzione delle decisioni.

Si deve essere rigorosi sia nella realizzazione del tesseramento che nella individuazione dei candidati: passo dopo passo, però, senza pause ed arretramenti e rinnovando gradualmente i gruppi dirigenti. Cambiamento e riforme non evocano automaticamente miglioramento e trasparenza. Un partito, però, che voglia corrispondere alla sua missione, dopo aver discusso e deciso al proprio interno, dopo aver migliorato le proposte iniziali, deve però assumere delle decisioni e portarle a compimento. Per quanto mi riguarda, credo che nel testo di riforma costituzionale, dopo due passaggi parlamentari dei quattro previsti, non si annidino rischi per la democrazia italiana.

L’Italicum, a sua volta, è una buona legge elettorale. La sua forza risiede nella ricerca della stabilità: con il voto si sceglie un partito, o una coalizione, assegnandogli la forza parlamentare sufficiente a sostenere l’esecutivo. Si introducono le preferenze per i candidati di collegio. Per i capilista bloccati, l’impegno del PD è quello  di individuarli con le primarie. L’Italicum, comunque, è la nuova legge elettorale e l’impegno di tutti dovrebbe essere quello di lasciarsi alle spalle le polemiche e di farla funzionare nel modo migliore.

Il Governo Renzi sta portando avanti un progetto complessivo di cambiamento. Le riforme più ambiziose, dal lavoro alla scuola, hanno assunto la forma di leggi delega e quindi ne valuteremo i risultati nel tempo. Si procede speditamente sul terreno del contrasto al riciclaggio, alla corruzione, all’inquinamento ambientale e a tutte le forme di criminalità organizzata. A fine giugno arriverà in aula la proposta sul conflitto di interessi.

In Europa continua l’azione tesa a favorire maggiori investimenti e maggiore flessibilità, così come aumenta la richiesta di impegno per soccorrere ed accogliere i migranti provenienti dal Mediterraneo. Su questo terreno qualche risposta è arrivata, così come si sono manifestati i primi segnali di ripresa economica.

COMITES e CGIE: le logiche dei numeri Le ultime notizie sul fronte CGIE confermano che la nuova composizione del Consiglio, decisa dal Governo in conseguenza di un necessario ridimensionamento dell’impianto di spesa, sarà quella prevista dalla legge, basata sul numero delle iscrizioni all’AIRE, senza aggiustamenti. La norma approvata è stata giudicata da molti sbagliata. Riconduce un organo di rappresentanza collettiva e collegiale ad un mero meccanismo numerico, ne svilisce ancor più le prerogative, lo indebolisce e lo subordina a logiche territoriali e continentali.

Le responsabilità di Governo, in questa fase di vita della rappresentanza, non sono state ben assolte. Pressapochismo ed impreparazione hanno portato ad un risultato deludente per quanto riguarda l’elezione dei COMITES e ad un quadro confuso in vista del rinnovo del CGIE.

Il Governo ha fatto una mezza proposta di modifica, che ha trovato una mezza risposta, e che ora sembra essersi arenata. Di chi sono le responsabilità maggiori? Di chi non ha accettato una proposta di mediazione? Di chi è rimasto alla finestra, in attesa che il Governo si accingesse a disfare ciò che aveva ipotizzato? Dello stesso Governo che ha presentato una mezza proposta sapendo che avrebbe provocato divisioni e attendendo, consapevolmente, che la mezza proposta si svuotasse?

Il Governo non ha oggi un’idea chiara sulle politiche per gli italiani nel mondo. Continuano a pesare troppo le prerogative della Farnesina, questo è il vero problema. Dalla rappresentanza alla rete consolare, dai diritti dei lavoratori a contratto fino ai lettorati, l’amministrazione vince e il Governo si adegua troppo spesso alle decisioni della burocrazia. Mi auguro che la situazione sia ancora aperta, spero ci si possa ricompattare, assegnando a ciascuno una parte di responsabilità ma anche una parte del progetto di rinascita.

In passato, sulle proposte di riforma di COMITES e CGIE, che arrivavano dal Senato, fu proprio il CGIE a schierarsi contro. Quelle proposte non erano risolutive, ci avrebbero condotto esattamente dove siamo oggi, ma rappresentavano quantomeno un grido d’allarme, che forse non abbiamo saputo raccogliere.

Esenzione IMU: diritto negato o ingiusto privilegio? Il tema dell’esenzione IMU sulla prima casa per i residenti all’estero non può essere classificato come "diritto negato" poiché comunque si tratta di una esenzione che non si applica a nessuno che viva fuori dai confini comunali, in Italia o all’estero. Si dovrebbe parlare, piuttosto, di piena parità di trattamento e di piena applicazione della norma. L’esenzione non si applica nemmeno ai pensionati residenti in Italia in quanto tali ma unicamente ad alcune categorie disagiate. Si tratta quindi di una agevolazione prevista “unicamente” per i “già pensionati nei rispettivi Paesi di residenza”, iscritti all’AIRE, per “una ed una sola abitazione”, purché non locata. Questa è la sintesi della norma, l’art. 9 bis della legge 23 maggio 2014 n. 80, approvata dal Senato e confermata con voto di fiducia dalla Camera.

I Deputati PD della Camera hanno chiesto, incontrando i funzionari del MEF, l’estensione della interpretazione a tutti i pensionati. L’espressione “già pensionati nei Paesi di residenza”, infatti, lascia presumere che la condizione debba limitarsi all’essere pensionato, senza distinzione basata sulla tipologia di pensione. Il Governo ha interpretato l’elemento "nei Paesi di residenza” – già ovvio nell’obbligo di iscrizione all’AIRE – come indicativo di una volontà del Senato di limitare la platea. Ad oggi, fatto salvo il diritto di intervenire con modifiche alla norma, o nelle opportune sedi con un contenzioso, l’esonero IMU riguarderebbe i pensionati iscritti AIRE che percepiscono una pensione erogata dal Paese di residenza. Abbiamo evidenziato, fornendo anche al MEF dei dati, che l’esonero deve riguardare anche coloro che percepiscono una pensione in convenzione italiana e coloro che, pensionati localmente, percepiscono anche una pensione autonoma italiana. Su questi punti abbiamo registrato una significativa convergenza. Rimane il dubbio sui solo pensionati italiani, cioè coloro che ricevono unicamente una pensione italiana. Abbiamo chiesto che venga predisposta una circolare che indichi le procedure da seguire e la documentazione da fornire. Non esistendo un catasto nazionale, occorrerà certificare che l’immobile per il quale si chiede l’esenzione IMU è l’unico in Italia. Stiamo cercando, in conclusione, di fare applicare la norma nel senso più ampio possibile.

Una festa di rinascita, di libertà e di pace Pace, lavoro, democrazia. Non sono parole rituali o slogan abusati, ma la sostanza ideale e politica di questa festa della Repubblica. I primi sintomi di ripresa dell’Italia, dopo anni di crisi durissima, incominciano a manifestarsi. Il Governo Renzi cerca di consolidarli con alcune riforme mirate e con il sostegno all’internazionalizzazione del Paese, che è stato il vero traino di questi anni difficili, grazie alla forza del made in Italy e all’apporto delle comunità italiane nel mondo. Si sta cercando, inoltre, di superare il sistema del bicameralismo perfetto per rendere l’Italia più veloce, più concorrenziale, più adeguata ai tempi.

L’impegno è che i “nuovi migranti” italiani, che si rivolgono anche verso l’Australia, partano sempre meno per necessità e sempre più per scelta, per cogliere le opportunità di conoscenza e di vita che la globalizzazione consente.

La Repubblica è nelle sue radici più profonde lavoro e sviluppo, ma anche pace, sicurezza, libertà. Quella libertà che è rinata dalle macerie e dai lutti di una guerra, dal sacrificio dei soldati che hanno dato la loro vita per sconfiggere il fascismo e il nazismo, dalla lotta di liberazione e dalla Resistenza. Il centenario della prima guerra mondiale, che si sta celebrando, ci aiuta a capire quanto essenziale sia il valore della pace per la vita dei popoli e delle persone e quanto necessaria sia la cooperazione internazionale per poterlo inverare e salvaguardare.

L’equilibrio internazionale, oggi, è minacciato soprattutto dalle distanze delle condizioni di vita tra i popoli e dal terrorismo. L’Italia è allo stesso tempo testimone e approdo della disperata fuga di milioni di persone dalla fame e dalla guerra. Sta facendo grandi sforzi di solidarietà umana e di responsabilità, ma è troppo sola di fronte ad un compito immane. La miope Europa, ma anche le altre maggiori potenze mondiali devono comprendere che sull’aridità e sul cinismo non nasce il futuro e, soprattutto, che sono in gioco le sorti geopolitiche di intere aree del pianeta. C’è, tuttavia, un obiettivo che viene prima di tutti gli altri: la sicurezza contro il terrorismo internazionale. Sono minacciati la vita delle persone, la libertà, un modello di democrazia fatto di rispetto interculturale e interreligioso. Cooperare per resistere a queste forze violente e distruttrici significa salvaguardare la vita di quelli che verranno dopo di noi e le condizioni di civiltà nelle quali le comunità dovranno realizzare il loro sviluppo. Significa rispondere al messaggio profondo della nostra Repubblica democratica, fondata sulla pace, sulla libertà e sul lavoro.

*deputato Pd eletto all’estero, residente in Australia