Ci siamo: sta per iniziare una nuova era. Qualcuno si dispera per il fatto di cadere inesorabilmente in un nuovo “Vietnam africano”, la cui palude inghiottirà migliaia di vite umane sia tra militari regolari locali che occidentali e truppe paramilitari terroriste. Ma qualcun altro, a malincuore, ammette: “Finalmente, era ora!”.
Il Centro Africa è diventato un campo aperto a scorribande infinite di predoni che, armati dagli estremisti islamisti, hanno riportato quel Continente in un’epoca di barbarie peggiore di quella dello schiavismo coloniale. Certo la colpa arcaica ricade, come sempre e come è ovvio, sugli europei che hanno colonizzato e sfruttato quelle aree, ma, quantomeno, con la loro uscita hanno lasciato una parvenza di organizzazione civile che va oltre il concetto tribale del Ras coesistente. Hanno lasciato qualche città, qualche strada, qualche struttura sociale che permettesse una pari dignità all’essere umano, con un lascito d’esperienza per un’applicazione di una parvenza – più o meno consistente – di democrazia.
L’esempio della sussistenza del governatorato dell’Italia in Somalia poteva rappresentare un esempio da seguire e dare i suoi frutti. Non più colonizzatori e colonizzati, ma collaborazione tra aziende e cultura sociale.
Scrissi e proposi qualche anno fa che ogni stato europeo diventasse un supporter di uno stato africano, collaborando attivamente con leggi speciali. Si fermerebbe l’emigrazione e ci sarebbero degli investimenti potenziali per la nazione offerente.
Poi vennero i marxisti con le armi cecoslovacche: arrivarono i liberatori cubani, giunsero i consiglieri sovietici (e poi i cinesi), i quali pensarono in modo peggiore dei coloni occidentali, di fare gli affari in proprio; ma chiamarono le Repubbliche… Democratiche!
Con il passare del tempo, alla vecchia tratta degli schiavi, svolta dalle navi negriere olandesi, britanniche, si instaurò la nuova tratta dei trasferimenti negrieri con le carovane e poi con i barconi, o addirittura in aereo. Una cosa è rimasta uguale dal ’700: sono sempre gli arabi islamici armati che organizzano le tratte umane dei neri d’Africa!
Ora la situazione è veramente insostenibile: le Chiese cristiane sono date a fuoco con tutti i fedeli; le coste d’Africa sono diventate aree di arrembaggio di pirati; un vecchio tipo d’oppressione civile che è stato il comunismo è sostituito dall’integralismo islamico che prende piede presso questi popoli, solo per arrogarsi il principio santo di dominare le altre tribù in nome di un Dio che lo esige!
Ora Bernard-Henri Levy, dopo l’appoggio dato all’intervento francese in Libia contro Gheddafi, torna a ribadire il proprio sostegno “filosofico”, quasi fosse una “Guerra Santa” all’intervento della Francia in Mali, adducendo cinque buoni ragioni. 1- Bloccare l’instaurazione di uno Stato terrorista nel cuore dell’Africa e alle porte dell’Europa. 2- far fallire il rafforzamento delle cellule islamiche che operano, a ovest, in Mauritania e, a est, in Niger; 3- creare un collegamento, a sud, con il folle movimento islamico che semina la morte in Nigeria. 4- confermare, sul piano dei principi, il dovere di protezione già stabilito dall’intervento in Libia e riaffermare l’antica teoria della guerra giusta; 5- L’intervento, infine, ribadisce il ruolo eminente della Francia, in prima linea nella lotta per la democrazia, in pieno accordo con le autorità del mondo occidentale!
Speriamo solo che la Francia e tutti coloro che seguiranno questa operazione anti-estremismo islamico in Africa, questa volta non commettano l’errore che le truppe americane fecero quando intervennero in Iraq contro Saddam, quando si fermarono sotto l’influenza mondiale del buonismo pacifista, trascinando il conflitto per anni. Quando si inizia una guerra, bisogna purtroppo arrivare alla fine senza concedere all’avversario un margine di riabilitazione. Non basta avere la superiorità aerea (già lo ribadimmo per il medio oriente) bisogna essere sicuri di aver liberato veramente l’area dai nemici sia di giorno che di notte! Purtroppo questa volta il filosofo Levy ha ragione ed all’Onu – dove non c’è mai stata tanta unità nel Consiglio di Sicurezza per fermare i jihadisti – sono tutti d’accordo per l’intervento di Parigi in Mali.
































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