Papa Francesco in Cuba e negli Usa: incontrerà Fidel Castro e Obama

La battuta che, quasi certamente apocrifa, Fidel Castro avrebbe pronunciato una quarantina di anni fa, rende il senso della svolta epocale: `’Gli Stati Uniti dialogheranno con noi quando avranno un presidente nero e quando ci sarà un Papa latinoamericano". Erano gli anni Settanta, l’idea di un presidente black alla Casa Bianca, nell’epoca in cui Martin Luther King veniva assassinato, era fantapolitica, quella di un Pontefice del Sud America peggio che mai. La settimana prossima, invece, il primo Papa latino-americano della storia verrà ricevuto dal primo presidente afro-americano della storia Usa alla scaletta dell’aereo che giunge direttamente da Cuba, dove, oltre al presidente Raul, Jorge Mario Bergoglio incontrerà anche il lider maximo Fidel Castro.

Il viaggio di Papa Francesco, dal 19 al 28 settembre, è carico di implicazioni diplomatiche. Il Pontefice visita i paesi come pellegrino, conclude la sua visita negli Usa presiedendo l’incontro mondiale delle famiglie che si svolge a Philadelphia. Ma sul suo percorso il Papa argentino toccherà svariate questioni squisitamente politiche. Cuba, innanzitutto.

A dicembre scorso Barack Obama e Raul Castro annunciarono in mondovisione, in parallelo, che i due paesi avevano deciso di riaprire le relazioni diplomatiche dopo cinquant’anni. Entrambi ringraziarono pubblicamente il Papa per la sua mediazione. Mesi dopo, Bergoglio ha voluto minimizzare il suo ruolo: `’La cosa è andata da sola, è stata la buona volontà dei due Paesi, il merito è loro, che hanno fatto questo. Noi non abbiamo fatto quasi nulla, soltanto piccole cose".

Gesuitico understatement che non trova riscontro né nelle ricostruzioni della mediazione vaticana rivelate nel recente volume `’Back Channel to Cuba" né nelle parole del consigliere di Obama Ben Rhodes: `Ricordo la sensazione di leggerezza quando sono uscito dal Vaticano con l’altro negoziatore americano. Abbiamo vagato per Roma, poi siamo andati a cena in un ristorante tipico, consapevoli che ormai il dado era tratto: era tutto nelle mani della Chiesa. Il ruolo del Papa è stato fondamentale".

La transizione, a Cuba, non sarà facile, e Bergoglio lo sa. Non solo perché sono ancora pendenti questioni come i prigionieri politici, l’embargo statunitense e la prigione di Guantanamo, tutte questioni che prevedibilmente, nei discorsi pubblici o negli incontri privati, menzionerà. Il Papa, più fondamentalmente, non vuole che l’apertura dei rapporti tra Washington e l’Avana si trasformi in un’invasione economica nord-americana. Il cardinale dell’Avana Jaime Lucas Ortega y Alamino – figura-chiave nel negoziato tra Stati Uniti e Cuba, uno dei grandi elettori di Bergoglio al Conclave, l’arcivescovo che ha già accolto nell’isola Karol Wojtyla e Joseph Ratzinger – scrive sull’Osservatore Romano: “L’emigrazione dei più giovani e la bassa natalità fanno sì che la popolazione di Cuba stia rapidamente diminuendo e invecchiando, e questo ci preoccupa; ma abbiamo anche altre preoccupazioni al momento. Di fronte al nuovo cammino che sembra aprirsi ora al popolo cubano, con i suoi rischi e i suoi benefici, la nostra gente, in maggior parte credente, deve rivolgere il suo sguardo a Dio e mettere il proprio futuro nelle mani di Gesù misericordioso. Il Papa la inviterà a fare ciò. In questo consiste la speranza. Francesco verrà a seminare speranza tra noi, la quale non è altro che confidare nell’azione di Dio misericordioso che ci aiuterà in un prossimo futuro a superare i rischi e a scoprire, anche con il Suo aiuto, che i benefici potranno essere maggiori dei rischi nel nuovo cammino che sembra aprirsi dinanzi a noi, se saremo capaci di dare spazio a Dio nella nostra vita”.