Lo strano caso dei bimbi ultrà – di Alessio Giaccone

Per la prima volta, ieri, la chiusura di uno stadio di calcio ha portato a qualcosa di costruttivo: riportare i bambini allo stadio. Un settore con un’età media di 10 anni non si era mai visto. Tanta allegria e tante bandierine. E, per la Juventus, l’iniziativa ha portato bene: un gol al 92′ ha reso la serata ancora più bella per i piccoli tifosi.

Analizzando qualche momento, però, qualcosa di un po’ strano (o di normale?) è avvenuto. I bimbi, prendendo spunto dall’esempio dei colleghi più grandi, qualche insulto lo hanno gridato. Da molte parti, di conseguenza, sono arrivati richiami e ammonizioni. Naturalmente l’episodio non va ingigantito, ma dalla parte della Juventus l’accaduto si sarebbe potuto evitare con un po’ di prevenzione di tipo, diciamo così, "educativo". Certo non è bello pensare a un’iniziativa che riporti ad un sano divertimento i nostri figli e sentire i commenti sboccati di ieri sera. Cercheremo di andare oltre, magari contando sulle ramanzine domestiche dei padri presenti, perchè la serata è comunque piaciuta a tutti ed ha riportato alla ribalta l’idea di uno stadio "per tutti", che possa cancellare polemiche e leggi troppo repressive.

Perchè, in seguito alla violenza dei comportamenti, anche verbali, delle tifoserie, si è arrivati addirittura a dover normare per legge il  divertimento più popolare. Un minimo di autodisciplina, oltre a rendere più godibili gli stadi, potrebbe evitare i costi che ogni domenica vanno sostenuti per rendere più civili persone che allo stadio scaricano la loro aggressività e si uniscono in gruppi intolleranti e pericolosi. Perchè la natura del tifoso italiano è quella: deve trovare piacere nell’insultare l’avversario, ancor prima di sostenere la propria squadra. Una abitudine che purtroppo dilaga in altri ambiti della vita sociale e della comunicazione. Non serve fingere di  criticare qualche insulto "innocente" se gli esempi che vengono dai grandi sono molto più scandalosi.