Ricardo Merlo, fondatore e presidente del MAIE, in occasione del primo maggio, Festa dei lavoratori, in un video pubblicato sui social ha voluto rendere omaggio a “tutte le famiglie italiane che sono venute dall’Italia cercando un futuro migliore, sacrificandosi molto, lavorando tanto affinché le proprie famiglie progredissero”.
“Quando arrivarono – ha proseguito – non ebbero alcun aiuto dallo Stato; non chiesero alcun piano sociale, solo le proprie mani e tanta voglia di lavorare e di progredire. Oggi, forse, sarebbe bene dare un’iniezione di quell’energia degli immigrati italiani.
Mio nonno, Paolo Merlo, che ha combattuto nella Prima Guerra Mondiale, mi raccontava che dopo la guerra c’era molta povertà, era persino molto difficile riuscire a portare cibo in tavola ogni giorno. E allora nonno lasciò la famiglia nel comune di Miane, a Treviso, nel Veneto, nel Nord d’Italia, e decise di venire — in questo caso — in Sud America. Prima si fermò a San Paolo, restò per un periodo, poi venne a Buenos Aires e decise di stabilirsi nel quartiere di Mataderos.
Lui era falegname, lavorò molto e i fine settimana si dedicava a costruire la casa per la famiglia.
Dopo quattro anni riuscì a far venire in Argentina mia nonna Maria, mio papà Antonio, mio zio Ferruccio e mia zia Mora.
Vennero da un paesino di 5.000 abitanti tra le montagne del Veneto, da Treviso a Buenos Aires: 40 o 50 giorni di nave. E questa è la storia, come tante storie che esistono, e sicuramente come la tua storia.
In seguito mio papà lavorò come lattaio, lavorò come camionista… riuscì a comprarsi un camion tra il ’45 e il ’47. Riuscì a comprarlo con un prestito, un piccolo camion, e da lì iniziò a progredire e creò una piccola impresa di vendita di materiali da costruzione.
Ha sempre spinto me e i miei fratelli a studiare. Ebbene, abbiamo fatto la scuola primaria, la secondaria e, nel mio caso, l’università in Argentina e poi un master in Italia.
Quindi, davvero, oggi, nel Giorno del Lavoratore, onoriamo la gente che è venuta e — ripeto — non aspettava nulla. Avevano le loro due mani, non aspettavano aiuti dallo Stato né reclamavano piani sociali. Per questo, oggi, il nostro omaggio va a tutti loro. Siamo orgogliosi della nostra identità italiana”, ha concluso Merlo.
Nel suo intervento, Merlo mette in evidenza un punto preciso e quasi politico: gli italiani all’estero non sono partiti in cerca di assistenza, ma di opportunità. Hanno attraversato oceani portando con sé lavoro, sacrificio e capacità, contribuendo concretamente allo sviluppo dei Paesi che li hanno accolti.
Il riferimento non è solo nostalgico o familiare: è una rivendicazione culturale. Gli emigrati italiani — come racconta attraverso la storia del nonno falegname e del padre imprenditore — hanno costruito pezzi di economia locale, spesso partendo da zero, senza reti di protezione. Hanno lavorato, prodotto, creato valore.
Il messaggio sottinteso è chiaro: quella stessa energia, quella stessa “forza delle mani” e dell’ingegno italiano, rappresenta ancora oggi un patrimonio da riconoscere e, secondo Merlo, anche da recuperare come modello.






























