La Tunisia ha sete di dialogo interculturale – di Fabio Ghia

L’intero scenario del Mediterraneo e del Medio Oriente è stato da sempre un crocevia di culture, di razze e di religioni e, soprattutto, in quest’area geografica si sono generate, sviluppate, confrontate e combattute le tre religioni Monoteiste: Ebraismo, Cristianesimo e Islamismo. Nel corso dei secoli, in particolare per quest’ultima, il pensiero riformista è facilmente trasceso in modelli sociali che hanno inevitabilmente portato a conflitti interreligiosi o interetnici o, addirittura, culturali. Sembra quasi che il Mediterraneo stesso da ponte di fratellanza e di pace sia divenuto fonte principale di conflitti.

Una sola nazione sembra apparentemente esente da questo triste percorso: la Tunisia, che, tra l’altro, dal 1° gennaio dell’anno scorso ha una nuova Costituzione e da novembre scorso, con le ultime elezioni legislative e la successiva elezione del novantenne Caid Essebsi a Presidente della Repubblica, si sta avviando verso forme di democrazia che guardano molto di più alla dichiarazione dei Diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite che alle radici arabo/islamiche di questo popolo. Ma per capirne il perché e al tempo stesso sondarne l’incerto percorso, bisogna entrare un po’ più a fondo nella storia di questo Paese.

Al termine del periodo coloniale la Tunisia nel 1956 si guadagna l’Indipendenza grazie a una rivolta popolare capeggiata da Habib Bourghiba. Il trapasso dal colonialismo francese alla libera repubblica è condotto da Bourghiba, onde evitare inutili e violenti scontri, attraverso una serie di compromessi diplomatici con la stessa Francia che nella sostanza prevedevano un “lento” passaggio di potere con lo scopo di poter poi continuare rapporti privilegiati di “partenariato” con la Francia. La strategia della non violenza attuata da Bourghiba fu brutalmente osteggiata da un secondo personaggio (dello stesso partito di Bourghiba): Salah Ben Youssef, che sollevando l’intero sud della Tunisia contro lo stesso Bourghiba, invitava all’immediata cacciata dei francesi dal territorio tunisino e una chiara apertura dei rapporti con il mondo Arabo, di cui il Movimento Youssefita ne rivendicava le radici culturali. Nella sostanza un primo ritorno alla cultura dell’Islam delle origini!  La nascente guerra civile fu repressa nel sangue e Salah Ben Youssef fu costretto alla fuga prima in Libia, poi in Egitto e quindi definitivamente esiliato in Germania. Trovò la morte per mano oscura (mai accertati ma probabilmente sicari di Bourghiba) nel 1958.

Sin da allora, quindi, emersero chiaramente le due tendenze che avrebbero poi dominato la scena politica tunisina sino ai giorni d’oggi: l’Islamista con radici culturali arabe, contro il Modernismo Mediterraneo e il riferimento della Dichiarazione dei Diritti dell’uomo del 1948 delle Nazioni Unite. 

La Tunisia di oggi sta raccogliendo i frutti del “Bourghibismo” e della nuova concezione di “modernità” introdotta all’indomani dell’indipendenza. La libertà concessa alle donne e la parità tra i sessi. La legge sull’aborto e l’inizio dell’istruzione di massa, del sistema sanitario nazionale, dell’instaurarsi di un’amministrazione di estrazione “francese”, non sono altro che riforme fortemente volute e attuate dal Presidente Bourghiba sul finire degli anni 50 e 60.  Riforme che si sono manifestate non solo come origine della società civile di oggi, ma hanno consentito allo scenario tunisino di controbilanciare le forti richieste teocratiche di Ennahda, partito di tendenza islamista, probabilmente figlio della cultura Youssefita, maggioritario del dopo rivoluzione.

Queste aperture alla società civile si nono in particolare manifestate nel periodo di transizione post Rivoluzione, dove molti Comitati della società civile hanno potuto iniziare dialogare apertamente con la Commissione Parlamentare per la stesura della nuova Costituzione. Malgrado la spinta maggioritaria islamista di El Nahdha, il risultato ha portato ad una Carta Costituzionale estremamente innovativa dal punto di vista conformità alla Dichiarazione dei Diritti dell’uomo. La nuova Costituzione, infatti, stabilisce che: “La Tunisia è uno Stato civile basato sulla cittadinanza, la volontà popolare e lo Stato di diritto”. Ma ancor di più si parla di “libertà di coscienza”; cosa molto difficile da realizzarsi, in quanto chiaramente in contrasto con il volere islamico di non poter rinnegare la propria religione. Inoltre l’Articolo 46 riconosce la parità tra uomini e donne e ne sancisce il carattere di principio istituzionale. Ma, nella stesura della Costituzione, il punto forse più controverso è stato il tema dell’appartenenza sia alla modernità sia alla comunità arabo-islamica, perché El Nahdha nel corso del dibattito ha sempre fatto riferimento ai tratti arabo-islamici propri della società tunisina, mentre la cosiddetta società civile è riuscita a fare inserire nella Costituzione anche l’appartenenza alla civiltà globale, alla cultura dei diritti umani, alla cultura della democrazia.

Questo è il passaggio meno noto ai paesi occidentali e forse il meno comprensibile.

D’altra parte la Tunisia è l’unico paese dell’area Mediterranea che è riuscita a trovare un compromesso istituzionale tra islam della tradizione religiosa e cultura modernista della società civile. Nell’introduzione della Costituzione, per esempio, c’è il riferimento alla comunità arabo-islamica e ai precetti dell’Islam, così com’è stabilito anche che il Presidente debba essere un musulmano. Queste, e anche altre, sono tutte tracce dell’influenza di Ennahda. Ma, al tempo stesso l’Islam è stato ridotto a mera religione di Stato. D’altra parte la Tunisia è stato segnato nella storia da grandi movimenti riformisti, di matrice specificatamente religiosa. Molte riforme furono avviate, tra il diciannovesimo e l’inizio del ventesimo secolo, dai teologi islamici (Ibn Kaldoun è il filosofo tunisino di riferimento) che hanno interpretato la religione in funzione delle finalità da perseguire anziché per precetti testuali, ma soprattutto che la fede dovesse anche essere un fatto privato di ciascun singolo individuo, rifiutando quindi la religione come elemento fondante del diritto.

D’altra parte è in ambito universitario che si nota in maniera evidente la voglia di modernità della nuova Tunisia. La nuova generazione di filosofi islamici, così in tutte le facoltà umanistiche, la classe insegnati mostra una spiccata apertura nei confronti della cultura occidentale, e pur rimanendo degli osservanti si stanno rendendo protagonisti di un rinnovamento del pensiero islamico classico. La loro istruzione è avvenuta fruendo non solo del contesto tradizionale delle università islamiche, ma soprattutto nelle facoltà occidentali, in particolare in Francia e Germania.

Nonostante questi segnali più che positivi, esistono e permangono motivi di perplessità sull’effettiva modernizzazione del pensiero democratico della Tunisia. Nel mese di aprile scorso l’Associazione che presiedo (ANFE Tunisia) in collaborazione con l’Università di Tunisi, ha svolto due giorni di seminario internazionale dal tema: “Stato, Religione e Ragione. Confronto tra differenti culture.” con grande partecipazione sia di accademici, ma soprattutto di gioventù tunisina. I relatori, in particolare quelli italiani (4), hanno evidenziato le "differenze" emerse dal confronto dei rispettivi Ordinamenti Giuridici, dovute alla matrice culturale di appartenenza. Queste differenze, notate soprattutto a livello di “conoscenze” nel substrato popolare studentesco, volgono a proseguire sul cammino intrapreso con il "dialogo interculturale", per meglio realizzare una migliore integrazione tra i popoli.

E’ altrettanto importante notare come, sia all’interno stesso della Tunisia (non passa settimana senza episodi di atrocità commesse dai gruppi Jihadisti Salafiti presenti sul territorio), sia e soprattutto all’esterno (in Libia sono presenti circa 6000 Jihadisti tunisini, in Siria/Iraq 8000), la base popolare di cultura radicale sia altrettanto presente nella vita di tutti i giorni del popolo tunisino.

Il quadro generale nell’area Mediterranea mostra sempre più l’esigenza di una maggiore comprensione delle "culture altre", contro ogni forma di violenza, le problematiche da affrontare sono sempre le stesse. Da una parte la "violenza" che si manifesta in vario modo (bestialità, razzismo e sottomissione ISIS e Salafiti; ma anche discriminazione/insofferenza/spinte nazionaliste nelle nazioni Europee); dall’altra "la Religione", come fattore discriminante prioritario nelle nazioni islamiche, che però sta divenendo attualità importante anche nei paesi occidentali (vedi Ciarliè Hebdo a Parigi). Nella sostanza, un Islamismo radicale che vede un Islam fondato dal Profeta e che tale deve rimanere, ma che oltretutto si configura in maniera sempre più evidente come una reazione al riformismo modernista in corso d’opera in particolare in Tunisia.

Nella sostanza, un radicalismo islamico jihadista, improntato al Salafismo, visto come reazione al cambiamento voluto dalla società civile. È una manifestazione di disperazione che trova la sua forza nelle radici identitarie degli oppressi e dei non integrati.

Proprio per questo l’Occidente ha il dovere di rispondere al bisogno di “aperture” al Dialogo interculturale manifestate dal mondo della cultura dei paesi della sponda sud del Mediterraneo, per una sempre migliore e più umana integrazione dei popoli.