Kennedy, l’amaro destino di una famiglia – di Mirko Crocoli

RFK, Robert F. Kennedy, detto Bob, moriva in queste ore tra il 5 e il 6 giugno a Los Angeles. Era il 1968, quando un folle d’origine giordane di nome Sirhan Sirhan decise di porre fine alla carriera del rampollo del Massachusetts. 5 anni prima era toccato a John, presidente in carica, in quel tragico evento di Dallas che rimarrà impresso nella memoria collettiva di tutti gli Americani.

In Texas si parlò di Lee Oswald, un ex marines, convertito al comunismo e simpatizzante di Mosca, ma in realtà fu una bufala per coprire un complotto ben orchestrato, stessa identica sorte accaduta a Bob, con il terrorista mediorientale.

All’Ambassador Hotel quella notte c’era il nemico pubblico numero 1, il già ministro della giustizia nella precedente amministrazione “familiare” e soprattutto il candidato democratico preferito dai suoi elettori. Stava facendo incetta di successi Robert, alle primarie era il “cavallo” da battere e si apprestava a sfidare Richard Nixon alle elezioni presidenziali. A quella competizione con il responsabile del Watergate però non ci arrivò.

E’ bene sapere che la famiglia Kennedy non godeva di simpatie in certi ambienti, in seno alle istituzioni, ai secret service e soprattutto alla mafia italoamericana. Fu lui infatti il precursore della guerra totale alle cosche di Chicago, quelle comandate da Sam Giancana e dal sindacalista Jimmy Hoffa. Prima di Rudy Giuliani, l’ex sindaco della grande mela, ci fu Bob con la famosa tolleranza ZERO, ma che gli costò molto cara.

In certi Stati i Kennedy vinsero anche con i voti della mafia, questo ormai è risaputo, forse perché i Padrini d’oltreoceano speravano in qualche salvacondotto da parte dei “cattolici irlandesi” insediatisi al potere, ma che non è mai arrivato. Non solo, Robert mise in atto un inasprimento delle leggi contro la criminalità organizzata molto ferreo ed intransigente.

Bob Kennedy aveva tutto per vincere; fama, notorietà e cognome, ma non gli fu mai permesso. Era un duro in materia di lotta alle cosche malavitose ma, come il fratello, non gradiva il Vietnam, non amava fare i conflitti fuori confine, non tollerava la segregazione razziale e desiderava, più di ogni altro, la parità dei diritti tra le varie etnie presenti negli Stati Uniti d’America. Questo suo pensare “sbagliato” evidentemente non è piaciuto a qualcuno, probabilmente ai più oltranzisti conservatori, agli irriducibili anticomunisti o, puramente, a chi non vedeva di buon occhio i neri sulla stessa “tavola” dei bianchi.

King e Kennedy si stimavano, ed entrambi, lo stesso anno, fecero la medesima fine a distanza di poche settimane. Erano entrati nel mirino, e non di James Earl Ray o del “persiano”, i singoli cecchini dati alla stampa come gli esecutori materiali di quelle uccisioni illustri, ma di qualche “potere forte”; forse militare, forse mafioso o forse politico. Ormai le verità servono a poco e non v’è dubbio alcuno che rimarranno sepolte ancora per molto nell’oblio, nel solito silenzio dei palazzi che contano, ma a noi piace molto ripensare a chi, come Bob, ha creduto in qualcosa di alto, di sano e di straordinario per l’umanità. L’uomo muore il giorno 6 giugno, oggi riposa al cimitero di Arlington, ma ci è sembrato opportuno rievocare il suo nome, il suo tragico destino e il suo ricordo, per non dimenticare, per non dimenticarlo mai.