Jobs Act, un teatrino politico indegno – di Leonardo Cecca

L’attuale scontro tra governo e sindacati sulla riforma del lavoro in un paese evoluto e civile, come pretendiamo che sia il nostro, è qualcosa di profondamente indegno, soprattutto per i lavoratori e per coloro che sono, non per loro colpa, privi di un’occupazione. E’ in atto uno scontro ideologico senza minimamente tener conto che innanzi tutto bisogna creare il lavoro.

Il governo ha le sue colpe, nate da quando si è insediato a Palazzo Ghigi, perché ha basato il tutto sull’ombrello parafulmini di Napolitano, sui compromessi interni al Pd e su quelli con quei quattro gatti fuorusciti da Fi con i quali ha spartito le poltrone. L’opposizione ha le sue gatte interne da pelare e, pertanto, è come se non ci fosse, con il m5s che, come al solito privo di idee, è contro tutto e tutti.

Nella grande disputa non rimane che parlare di chi ha più colpe, cioè i sindacati. I quali, chissà per quale illuminazione divina, si ritengono i soli custodi dei lavoratori, quando se ne fregano ampiamente di creare posti di lavoro. Già all’atto della stesura dello Statuto dei Lavoratori (Legge 300/1970), un illustre sindacalista pretendeva che la stesura fosse fatta unicamente dal sindacato come se ognuno in Italia potesse farsi le leggi per conto suo: con quale intelligenza ed onestà professionale possa aver affermato certe cose rimane un mistero.

Si potrebbe dire acqua passata, se in questi 44 anni il sindacato, causa governi calabrache, non avesse assunto troppa tracotanza, troppe agevolazioni e potere. Dal 1970 tante cose sono cambiate ed arroccarsi su norme ormai vetuste ed inapplicabili è da oscurantismo ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti: gli industriali, presi per il collo da tasse, burocrazia e vincoli dello statuto, non assumono più, anche perchè non c’è certezza di lavoro (notizia di questi giorni la Terni acciai speciali licenzierà 500 lavoratori). Orbene, di fronte a tante difficoltà sorprendono non poco alcune dichiarazioni. Quelle di Susanna  Camusso: "chi crede di toccare l’articolo 18 ha capito male", Landini: "occuperemo le fabbriche", ed entrambi "faremo gli scioperi". Dichiarazioni che dimostrano che costoro o sono proprio fuori dalla realtà oppure se ne fregano di creare posti di lavoro.

Landini vuol occupare le fabbriche per far cosa, forse per lavare i pavimenti? Boh, non si capisce. Ai sindacati interessa solo dire ai lavoratori che difendono i loro diritti, ma viene da chiedersi di quali diritti parlano se gli occupati, causa meno lavoro, sono sempre di meno?

Durante la trattativa i sindacati non hanno fatto nemmeno un passo per rinunciare ai loro tanti privilegi e, poi, con tracotanza sostengono che sono dalla parte dei lavoratori; altro che faccia di bronzo. Non vorrei passare per un nostalgico o per quello che sostiene "si stava meglio quando si stava peggio", anche volendo, non potrei per questioni anagrafiche, ma mi sembra proprio che siamo scesi tanto in basso che serve una sferzata da parte di qualche persona onesta per rimettere tutti in riga e per ripulire tutte le caste da tanto lordume di privilegi. Il problema è solo uno: abbiamo persone di valore atte allo scopo?