Guerra in Ucraina, l’Europa dalla parte sbagliata – di Margherita Genovese

Russian President Vladimir Putin delivers a speech after a meeting as part of the 30th EU-Russia summit at EU headquarters in Brussels on December 21, 2012. Putin went into talks with the EU in feisty form, tackling a lengthy agenda of contentious issues, including human rights, Syria and trade ties. AFP PHOTO/JOHN THYS

Tutto è cominciato con la richiesta di adesione all’Unione Europea: logica richiesta di uno Stato al collasso che vede bene le convenienze e si butta nelle braccia di chi si mostra disposto ad aiutare i Paesi dell’Est, in nome di un allargamento sospetto dagli obiettivi poco limpidi. Forse la Nato vuole mostrare i muscoli? Come avviene per i gestori dei telefonini, che fanno contratti convenienti solo con i nuovi abbonati, così l’UE sembra più propensa a sostenere chi arriva ultimo piuttosto che garantire i vecchi contraenti. E adesione fu, con tanto di tafferugli, di barricate, di lotte intestine, fino alla guerra aperta tra fazioni, che poi sono sempre le stesse: quelli che ambiscono alla ricchezza senza se e senza ma (i giovani) e quelli che non vogliono tradire le radici (i vecchi).

Ma l’Ucraina apparteneva alla Russia; è abitata prevalentemente da russi, e pare debba la sua autonomia al regalo che l’irrefrenabile beone Eltsin si inventò dopo una serata a base di vodka trascorsa insieme ai suoi compagni di bagordi. Che c’azzecca l’Europa in una questione così delicata e peculiare per gli equilibri di quei territori? Con quale arroganza può pretendere di partecipare agli eventi e condizionarli?

Popoli uniti da lingua, costumi e tradizioni si azzannano in una guerra dai risvolti imprevedibili, proprio perché l’Europa si è messa in mezzo a tifare per gli uni e a scomunicare gli altri. Senza la spinta europea, forse Putin avrebbe risolto da solo e senza troppi danni per il mondo le beghe di casa sua.

Putin è il cattivo e deve essere punito, i filorussi sono nostalgici dell’imperialismo sovietico e devono essere sconfitti per mano e in nome dell’imperialismo buono, quello americano. Ma la fotografia in bianco e nero non mi convince: le sfumature sono nascoste nel bombardamento mediatico che non risparmia immagini e interpretazioni a senso unico. L’Europa ha mille problemi da risolvere e non è certo l’esclusione di un partner potente e prezioso ai confini la scelta giusta.

Rivivo da qualche mese l’ansia del presentimento: la stessa ansia provata durante la tragica vicenda libica, quando un Berlusconi rassegnato e impotente, certamente intimorito dalla persecuzione mediatica che in quel momento storico lo condannava sempre e comunque, si limitò a proferire pilatescamente le famose parole: sit transit gloria mundi! E non dimenticherò mai l’immagine di Gheddafi barbaramente trucidato. Il mondo adesso sta meglio? L’Italia sta meglio? L’impotenza di Berlusconi è servita a eliminare un pericoloso tiranno? O piuttosto a spezzare gli equilibri nel Mediterraneo?

Anche oggi il  premier scaduto è silente: non si esprime sull’Ucraina, sull’amico Putin, sull’opportunità delle mosse europee, su quello che può scatenare un embargo che certamente l’attuale zar russo considera ingiusto. L’Ucraina val bene una guerra?

Ma forse il vecchio leone non ruggisce più e ha perso la grinta dei tempi migliori: adesso trascorre i giorni in pantofole a spupazzarsi il cane, accudito con qualche rispetto dalle donne di casa; ha ceduto lo scettro a uno scialbo e inespressivo portavoce, che non solo non ha il quid, ma non ha nemmeno il quod (perchè lui?).

Dalla vicenda dei marò alla questione ucraina, è chiaro come il sole che ci siamo tutti castrati per guadagnarci il paradiso in terra: volgiamo tutt’e due le guance a chi ci vuole schiaffeggiare o a chi ci soverchia nella politica estera: e la Mogherini? A lei spetta il compito di verbalizzare le decisioni dell’Europa e di comunicarle ai giornalisti. Se è questo il Paese, questi sono i governanti che meritiamo.