Canone Rai, in Italia il 30% non paga – di Franco Esposito

La Rai trascina in tribunale il Governo. Gli fa causa, tout court. Nello specifico, prepara un ricorso al Tar Lazio. Una  clamorosa iniziativa, una mossa senza precedenti finalizzata all’annullamento del provvedimento firmato, via twitter, dal ministro per lo Sviluppo Economico, Flavio Zandonato, esponente del Pd, a lungo già sindaco di Padova. Il mancato  aumento del canone, stabilito dal ministro, è l’oggetto della forte contestazione della Rai.

I massimi dirigenti del servizio pubblico sono letteralmente imbestialiti: è ingiusto bloccare l’imposta (o gabella, questione di punti di vista) per il 2014. Euro 113 e mezzo, tale e quale all’importo versato dagli abbonati per il 2013. "Un provvedimento ingiusto", protesta il direttore generale Gubitosi. Ma come, proprio il Governo si mette di traverso, ci dà contro? "Una dimostrazione di fuoco amico", duro il digì con il Governo in blocco. Letta e il suo ministro, l’Esecutivo in blocco, accusati di giocare contro.

La decisione del Governo ha provocato un poderoso effetto negativo sui conti della televisione di Stato. Stimata una perdita secca di 21 milioni di euro. Soldi veri, tanti soldi, e non bruscolini. L’auspicio dei dirigenti di Viale Mazzini è che il Tar accolga il ricorso e decapiti, cancelli, abolisca, il decreto Zandonato. Il Cda Rai darà mandato alla presidente Anna Maria Tarantola di presentare il ricorso al Tar del Lazio. Gli avvocati sono già all’opera.

Delusi e arrabbiati i consiglieri di amministrazione. La dura iniziativa è diretta alla cancellazione del decreto del ministro Zandonato, firmato il 20 dicembre. Dovranno però aspettare, il ricorso per il momento non è presentabile; lo sarà quando il decreto arriverà sulla Gazzetta Ufficiale. Solo allora la Rai potrà articolare il suo ricorso. L’ente di Stato ritiene di essere nel giusto. Le sue ragioni, in linea di principio, sono chiare. L’aumento del canone avviene in automatico ogni anno in base a quanto prevede la Legge Gasparri, articolo 18, comma 3. La legge stabilisce che il servizio pubblico ha diritto a "recuperare l’inflazione programmata e a ricevere il carburante necessario al suo sviluppo tecnologico". Al momento della sua  introduzione, nel 1954, il canone della Tv di Stato era pari a 15mila lire. Il meccanismo della Legge Gasparri ha garantito, per sette anni, alla Rai un canone sempre più alto. In virtù dell’incremento annuale, l’imposta per il 2014 sarebbe arrivata a 115 euro, uno e mezzo più del 2013.

Il ministro dello Sviluppo Economico ha annunciato il blocco il 20 dicembre e al tempo stesso l’assicurazione/impegno a recuperare risorse eventualmente dalla lotta agli evasori. Ballano 21 milioni di euro. Ventuno milioni in meno come da calcoli, denuncia e pianti della Rai. Soldi che mancano, essenziali per la vita dell’Ente di Stato.

Il ricorso ha un precedente reperibile nella storia della Rai. Un teatrino già visto e vissuto nel 2005. Attore protagonista l’allora ministro Mario Landolfi, che bloccò il canone a 99,6 euro. Il CdA Rai, a febbraio del 2006, decide di ricorrere al Tar, prima della scadenza dei termini, il 27 dello stesso mese. Protagonisti del teatrino anche i giudici del Tribunale amministrativo, mai arrivati ad un verdetto. E la Rai? Non spinse la pratica, lasciando che decadesse un anno dopo la sua presentazione, per "perenzione". La contestazione della Rai finì a buone donne, tanto per usare un’espressione che rende l’idea. Il ricorso imboccò la strada che viene comunemente definita "un binario morto". Alla fine finirà allo stesso modo anche questa volta? Proprio no: mamma Rai sembra fermamente intenzionata ad alzare alla voce, a farsi sentire, e ad andare fino in fondo.

Il ricorso al Tar non è una finta, non può esserlo, in presenza di un danno denunciato pari a 21 milioni di euro. Ma gli abbonati alla Rai? Molti, di base, ritengono che il pagamento del canone sia addirittura non dovuto. E come tale andrebbe abolito del tutto. "Il canone è un’anomalia italiana, anche a livello solo europeo". La Rai si attesta su posizioni dure, intransigenti. E non intende fare sconti, alzare la mano, pronta e decisa a far sentire le sue ragioni. Il "fuoco amico" denunciato dal digì Gubitosi ha sparso indignazione e rabbia all’interno del Consiglio d’Amminstrazione della Rai. Il canone, il ministro, il CdA, il ricorso, l’incazzatura: è qui la commedia. Non cambiate canale.