Ci sono parole di cui ho imparato a diffidare. La prima fu “democratico” e non per il suo concetto effettivo, ma per il modo in cui lo applicavano i comunisti. Tutto – da loro – era “democratico” (e antidemocratici erano ovviamente gli avversari) ma se ci aggiungevi anche “popolare” ne usciva un democratico-popolare che aveva tutti i crismi per essere semplicemente un regime dittatoriale truccato, appunto, da “democratico”.
A seguire in questi anni sono venuti concetti del tipo “bisogna rilanciare l’occupazione” (o l’economia), “bisogna combattere l’evasione fiscale”, eccetera. Quando sento il vocabolo “bisogna” significa che qualcuno pensa al famoso motto “armiamoci e partite” perché non vuol dire “io mi impegno a fare specificatamente questo” seguito da un esempio o un impegno chiaro, ma di solito esprime solo un concetto ovvio, teorico e astratto, oppure la semplice constatazione di una necessità sulla quale possiamo essere tutti d’accordo ma che – al concreto – non significa appunto prendersi un impegno personale, chiaro e diretto, ma solo rimanere comodamente nel vago.
Un’altra frase che mi lascia interdetto è ascoltare qualcuno del centro-destra sostenere “Noi siamo per una rivoluzione liberale”. Di grazia, che cosa significa e perché non è stata fin qui realizzata? Qui nessuno vuol essere mai “illiberale” proprio perché tutti sono diventati a parole “liberali”, ma per me quelli veri erano e restano Malagodi, Vozzi e quei quattro gatti del partito liberale “d.o.c.” che avevano per simbolo una bandiera tricolore con scritto “PLI”, roba da preistoria della politica (ma che comunque erano persone per bene).































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