Roma, veri mafiosi o delinquenti criminali? – di Fabio Ghia

A proposito della mafia a Roma, il mio essere umano raziocinante mi impone alcune riflessioni. La prima mi riporta a una frase di Paolo Borsellino, magistrato dell’Antimafia che pochi giorni prima di morire per mano della mafia, nel corso di un’intervista televisiva aveva esordito dichiarando: "Lo Stato e la mafia sono due Poteri che occupano lo stesso territorio. O si fanno la guerra o si mettono d’accordo". Tra me e me ho pensato: come aveva ragione l’esimio e buon Borsellino. Mai frase più appropriata di questa fu proferita! E, in effetti, i rapporti tra esponenti della ex Banda della Magliana (assassini accertati e condannati!) e le istituzioni capitoline, in testa il Sindaco Alemanno, nonché il volume di "lerci" affari che hanno legato queste subdole entità, lasciano trasparire il reato di mafia.

Ecco quindi che si avvalora sempre più l’ipotesi di reato di concorso esterno a fatti mafiosi, per cui scatta immediatamente il 712 bis con conseguente "immediatezza" del processo e "indurimento" delle pene. Tra me e me penso: finalmente vedremo qualche bella testa delle istituzioni e della delinquenza penzolare dal pennone più alto della giustizia italiana e, speriamo, un pronto intervento burocratico per smantellare la macchina organizzativa attraverso la quale, tra corruzione, tangenti pagate, appalti truccati, sfruttamento di incapaci (i clandestini) si sono arricchiti in pochi a danno del contribuente che ha, per contro, inconsciamente alimentato il business delinquenziale Capitolino. Ma, alcune dichiarazioni, a mio giudizio incaute seppur populiste, del Sindaco mi hanno invitato alla seconda riflessione: "il Malaffare non è proprio dell’amministrazione capitolina. Noi abbiamo stanato la mafia e ora l’allontaneremo definitivamente da Roma". Il malaffare! Ma il malaffare non è Mafia.

Il problema è molto più profondo di quanto lo si voglia far apparire. La mafia, Borsellino e Falcone ce lo insegnano, uccide, terrorizza, ricatta, fa saltare gente in aria, colpevolizza i giusti e gli onesti. Se Marino insiste sui legami di mafia e, visti i legami con la Prefettura da lui sottolineati, nulla mi vieta di pensare che sia stato lo stesso Marino a indirizzare le inchieste su argomenti mafiosi e non su fatti di connivenze, commistioni e corruzione nella pubblica amministrazione, per mero opportunismo politico. I fatti di mafia, infatti, richiamano l’attenzione della magistratura sulla necessità di interventi drastici sì, ma di numero limitato e certamente in costrizione di tempo. Cioè, in termini pratici, far fuori solo quelli della sua amministrazione che sino a oggi hanno dimostrato di non rispondere alle sue sollecitazioni e di gestire autonomamente il business capitolino del malaffare.

In altre parole, perché il sindaco Marino non ha incominciato a parlare di drastica eliminazione di organismi comunali che si sono dimostrati, oltre che marci, anche un sovrappiù, una complicazione, un surplus del normale iter amministrativo di stretta competenza comunale? Perché il Sindaco Marino ha rilevato a più riprese la necessità di sostituzione immediata dei personaggi della "giunta consiliare" degli assessorati, etc. etc., senza minimamente accennare a una "necessaria" rivisitazione del percorso amministrativo con cui sino a oggi è stato trattato in ambito Comune di Roma Capitale l’argomento clandestini?

Bene, credo che la risposta sia semplice: nulla deve cambiare, se non gli uomini. Il gioco continua e le regole, seppur cambiate nei giocatori, restano e resteranno anche per il futuro invariate. La corruzione, il malaffare, la prevaricazione, la tracotanza, l’ignominia, la presunzione e il disprezzo per il bene comune, sono parte integrante del DNA della classe politica e istituzionale di oggi. A riprova di tutto questo, sta che di tutto quanto è stato spiattellato e diffuso al pubblico (incluso le intercettazioni telefoniche, tanto decantate) non è altro che documentazione delle forze dell’ordine che deve essere ancora sottoposta al vaglio della magistratura. Gli arresti fatti, non sono altro che arresti in forma cautelare e mi piacerebbe proprio sapere se a qualcuno degli arrestati è stato contestato proprio il reato di mafia. Se così non fosse, gradirei che qualcuno mi spiegasse che differenza c’è tra il Campidoglio e l’Expo o il MOSE di Venezia!

Benché la fase inquisitoria sia ancora in atto, io mi permetto insinuare che anche questa volta, si tratta di tutt’altro che mafia, bensì di volgari fatti di commistione tra Stato e delinquenti, tra rappresentanti delle Istituzioni e delinquenza organizzata, che purtroppo da millenni si fa finta di combattere in Italia. Fatti per i quali, così come le numerosissime esperienze trascorse lo dimostrano, difficilmente qualcuno finirà in galera. Tutto continuerà secondo quanto la macchina dello Stato, oppressore della libertà del singolo e del mercato, ha macchinosamente (se non delinquentemente) previsto!

Pensate un po’, se al posto delle varie facce dell’amministrazione capitolina, il business degli immigrati fosse stato assegnato e gestito da entità/società/ONG private, con un completamente differente approccio mentale! Secondo me in tal caso i primi a farne le spese sarebbero stati i vari Mancini, Carminati, Bucci, etc. etc.: estromessi dal mercato. Il mercato non accetta compromessi, corruzione e/o prestazioni gonfiate o quant’altro si possa immaginare generato dal malaffare! Il mercato siamo noi! Esseri umani vestiti solamente della nostra dignità; cosa che, peraltro, chi interpreta il proprio ruolo nelle istituzioni e per lo Stato non ha neanche la possibilità di accertare. Dignità, cui, nel caso del malaffare capitolino, la totalità degli incriminati vi ha rinunciato a favore di interessi di parte che hanno contribuito alla sua collocazione in quel posto. Tutto questo, sempre che quello Stato minimo, cui io mi riferisco, sappia degnamente combattere, oltre che la mafia, soprattutto la delinquenza comune di cui l’Italia, ahimè, continua a vivere.