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L’ANALISI DI DARIO RIVOLTA | Trump e la politica americana [FOTO]

Debito USA, crisi del dollaro, dazi e strategia geopolitica: perché la politica di Donald Trump punta a difendere la supremazia americana e a frenare il declino degli Stati Uniti

di Dario Rivolta
martedì 19 Maggio 2026
in Foto, L'OPINIONE
Donald Trump

Donald Trump

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Nei Paesi europei e negli stessi Stati Uniti, l’impopolarità di Trump aumenta di giorno in giorno. È evidentemente un personaggio antipatico, borioso, istituzionalmente incivile e sembra non avere alcuna familiarità con le forme solitamente accettate dalla diplomazia internazionale. Il suo lanciare affermazioni apodittiche, mentendo senza pudore per poi smentirsi a distanza di poche ore o addirittura minuti, toglie credibilità non solo alla sua persona, ma persino al Paese che rappresenta.

Molti osservatori internazionali che lo criticano ne parlano come di qualcosa di totalmente estraneo ai modi e alla politica dei presidenti americani che lo hanno preceduto e qualcuno arriva persino a dire di non vedere l’ora che il suo mandato finisca, per poter tornare a una “normalità” cui si era abituati.

Senza dubbio i suoi modi sono inusuali e molto diversi da quelli che ci si aspetterebbe da un presidente degli Stati Uniti ma, al di là degli insopportabili comportamenti da gradasso, un suo qualunque successore potrà probabilmente cambiare i modi, ma non la sostanza della politica americana.

Il motivo è che gli obiettivi sono e saranno quelli di sempre: mantenere a ogni costo la supremazia americana sul resto del mondo. Ciò che i comprensibili critici di Trump non vedono, o non vogliono vedere, è che da qualche decennio gli Stati Uniti sono internamente molto diversi e con loro è cambiato anche il panorama internazionale.

Bandiere USA
Bandiere USA

Come ho già scritto in miei precedenti articoli, nel nuovo comportamento politico americano esiste una logica e non si tratta di una bizzarria estemporanea, per quanto per noi spiacevole. Per capire correttamente quale sia questa logica occorre uno sguardo più approfondito all’odierna realtà economica e sociale degli Stati Uniti.

Cominciamo dal debito pubblico dello Stato.

Il Dipartimento del Tesoro afferma che il debito pubblico USA ammonta oggi a oltre 38.000 miliardi di dollari, cioè il 100% del PIL nazionale. Le stime prevedono che nel 2040 raggiungerà il 127% e nel 2055 potrebbe arrivare al 155%. In altre parole, si parla di cifre enormi. Contemporaneamente, il deficit di bilancio corrisponde a 1.800 miliardi annui, pari al 6% del PIL.

Ai debiti sovrani si aggiungono quelli delle imprese, indebitate per circa 22.000 miliardi, e delle famiglie, per 20.000 miliardi. Per fare un paragone, il debito pubblico cinese è attorno ai 18.000 miliardi, rappresenta il 95% del PIL ed è vissuto come un grave problema economico da Pechino.

In aggiunta alla situazione debitoria, va notato che il dollaro negli ultimi dieci anni è passato dal costituire il 65% delle riserve valutarie mondiali al 58%, e la tendenza è che diminuisca ancora. Queste due realtà, un forte debito e la diminuzione della domanda di dollari, sono collegate tra loro e costituiscono un forte pericolo per il benessere collettivo degli americani.

Da molti anni il cittadino medio e l’economia nazionale possono continuare a indebitarsi (e la FED a stampare dollari a iosa) senza conseguenze inflattive negative, poiché l’enorme domanda mondiale di dollari assorbe l’emissione di ogni quantità di nuovi biglietti verdi. Se però venisse meno la fiducia in quella valuta e la domanda calasse significativamente, la pacchia finirebbe e, di conseguenza, andrebbe scemando il diffuso benessere medio.

Immigrazione, anche negli USA è un tema scottante


Immigrazione, anche negli USA è un tema scottante.

REUTERS/Noah Berger (UNITED STATES)

Un qualunque debito non preoccupa il creditore sino a quando pensa che esso sia ripagabile, ma se nasce il dubbio sulle capacità del debitore allora è bene disfarsene e trovare alternative. Ogni Stato emette debiti sotto forma di Buoni del Tesoro o in altra forma e, solitamente, lo si ritiene solvibile contando sulla capacità economico-produttiva del Paese. Per quanto riguarda gli USA, oltre alla passata forza economica, ha sempre fatto fede l’indiscusso potere politico internazionale.

Purtroppo per gli USA, oltre all’alto debito, l’attuale economia americana non si trova nelle migliori condizioni, un crescente numero di Paesi preferisce usare altre valute negli scambi bilaterali e il potere internazionale degli Stati Uniti è messo a rischio dall’ascesa di nuove potenze.

Come non bastasse, in un interessante articolo su Foreign Affairs, Wess Mitchell (già assistente del segretario di Stato per gli Affari europei ed euroasiatici nel periodo 2017-2019) evidenzia come gli impegni internazionali degli USA superino le risorse finanziarie e militari disponibili. In trent’anni di guerre condotte, direttamente o per procura, lontano dai propri confini, si sono consumate enormi quantità di denaro e mezzi bellici, intaccando così la capacità offensiva delle Forze Armate, aumentando il debito sovrano e, per di più, fallendo quasi sempre gli scopi dichiarati.

I dispiegamenti in Afghanistan, in Iraq e in una dozzina di altri Paesi hanno portato, dal 2001, a un debito aggiuntivo di circa 8.000 miliardi, superando di ben mille miliardi l’importo totale speso durante la Seconda guerra mondiale. Ovviamente, ogni futuro governo che volesse reintegrare gli armamenti o fare nuovi investimenti dovrà tenerne conto e indebitarsi ancora di più.

Dal punto di vista strettamente industriale la situazione appare perfino peggiore. Tra il 2000 e il 2015 hanno chiuso ben 60.000 fabbriche, eliminando un terzo dei posti di lavoro nella manifattura. La rete infrastrutturale è in gran parte obsoleta nei trasporti, nella distribuzione elettrica e nelle varie forme di comunicazione. La bilancia commerciale è deficitaria e ogni anno accumula una perdita compresa tra i 700 e i 1.000 miliardi di dollari.

È pur vero che le voci “servizi” sono ancora in attivo, ma il totale resta quello sopra enunciato. Fino a oggi gli Stati Uniti hanno potuto sostenere grandi deficit commerciali perché il dollaro restava la principale valuta di riserva mondiale e i Treasury americani erano considerati asset sicuri. Ma fino a quando ciò potrà durare, se il debito aumenta e le produzioni locali soffrono?

Come ben osservato da Mitchell, la situazione attuale deriva da anni di politiche sbagliate, quando l’esaltazione dell’essere rimasti l’unica grande potenza mondiale ha obnubilato le menti dei vari governi. Tuttavia, oggi le cose sembrano voler cambiare. Trump e il suo staff hanno capito che continuando in quel modo si sarebbe andati verso la fine dell’“impero” e stanno cercando un’altra direzione. Si tratta, per loro, di ridurre il divario tra i mezzi e lo scopo, aumentando i primi e ridefinendo il secondo.

Donald Trump
Donald Trump

Ecco dunque i motivi dei nuovi dazi sulle importazioni provenienti anche da Paesi amici: si vuole obbligare le controparti a bilanciare il commercio bilaterale e a investire nella produzione negli Stati Uniti, per ridare fiato alla manifattura e alla manodopera locale. Ecco dunque le minacce di un minore impegno verso gli alleati della NATO: costringerli ad assumersi una parte delle spese per la loro difesa, aumentando i propri investimenti nazionali negli armamenti e facendosi carico di parte degli oneri per la sicurezza collettiva.

Ecco dunque le pretese sulla Groenlandia e sul Canada, così come il tentativo di mettere le mani sul petrolio venezuelano e, se ci riuscirà, su quello iraniano. Groenlandia e Canada sono ricchi di materie prime, mentre Venezuela e Iran dispongono di enormi riserve petrolifere (e l’Iran anche di gas). Avere sotto controllo americano tali risorse significherebbe disporre di un patrimonio concreto (asset), in grado di garantire parte del debito americano.

Inoltre, verso il Paese sudamericano e quello mediorientale esiste un altro motivo: entrambi vendevano alla Cina con pagamenti in yuan, contribuendo alla diminuzione dell’uso del dollaro come valuta di scambio. La creazione dei “petrodollari”, ai tempi di Nixon, aveva compensato l’abbandono della convertibilità del dollaro in oro deciso a Bretton Woods, continuando così a garantire la necessità di possedere dollari. In tempi recentissimi perfino l’Arabia Saudita aveva cominciato, almeno in parte, ad accettare yuan invece di dollari statunitensi, in cambio di investimenti cinesi per il proprio sviluppo economico e tecnologico.

Date queste circostanze, le incoerenze comportamentali del tycoon vanno interpretate nello stile negoziale che, come scrisse in un suo libro di alcuni anni fa (The Art of the Deal), serve per disorientare l’interlocutore e ottenere migliori risultati nella contrattazione. Il suo comportamento, tutt’altro che pazzo, ricorda piuttosto quello dei giocatori di poker arroganti o degli uomini d’affari spregiudicati, che vogliono dare l’impressione di possedere un potere negoziale che, in realtà, sanno di non avere in quella misura.

Contemporaneamente, Trump aspira a mettere le mani sulla FED il più presto possibile: ridurre i tassi di interesse aiuterebbe le imprese nazionali e renderebbe anche meno costoso il debito. Senza contare che le tante bolle speculative americane potrebbero scoppiare e avere la FED sotto controllo aiuterebbe il governo a prendere decisioni di intervento per tamponare possibili crolli, immettendo nuova liquidità.

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Non si tratta affatto di una ricetta dagli esiti sicuri e non mancano i rischi, perché in economia la coperta è sempre troppo corta e un tasso di interesse più basso potrebbe far ulteriormente diminuire la domanda interna e internazionale di dollari americani, con conseguenze facilmente immaginabili sul bilancio generale. Comunque sia, a suggellare la nuova linea politica, la Strategia di Sicurezza Nazionale USA del 2025 esplicitava la necessità di coniugare mezzi e fini, mentre la Strategia di Difesa Nazionale prevedeva una riduzione controllata della presenza statunitense in Europa e Medio Oriente, con la contemporanea volontà di mobilitare gli sforzi nell’industria militare nazionale.

In conclusione, Trump sta cercando di lanciare un ambizioso programma di riforma economica, di rinegoziare le relazioni commerciali, di espandere la produzione interna con investimenti nelle infrastrutture e nell’innovazione tecnologica e di sganciarsi dai coinvolgimenti militari all’estero, lasciandone il peso agli alleati. Soprattutto, vuole evitare di essere impegnato, almeno per ora, in costose avventure di politica estera e in una guerra con grandi potenze. Ecco allora la volontà di raggiungere un qualche accordo con la Russia per l’Ucraina e di negoziare un accordo commerciale con la Cina.

La guerra contro l’Iran sembra contraddire tale politica ma, probabilmente, Trump si è lasciato ingannare da chi gli aveva raccontato che tutto sarebbe avvenuto come in Venezuela e la mossa si è poi rivelata una trappola da cui fatica a uscire. Ne verrà fuori comunque, vantando il successo di aver impedito che l’Iran si doti dell’arma nucleare, anche se tutti sappiamo che gli iraniani sono da sempre — lo si vide con lo JCPOA — disponibili a rinunciarvi. Questa guerra, se quello fosse stato lo scopo, era dunque inutile.

Poiché Trump, per realizzare i suoi progetti, ha bisogno di tempo, verosimilmente lungo, non può permettersi un conflitto che si prolunghi troppo, portando con sé un aumento dei prezzi dell’energia, una forte inflazione e una reazione sociale negativa.

In tutto questo quadro generale esistono altre forti controindicazioni, sia tra gli alleati, che potrebbero cercare di guardare altrove, sia tra gli avversari, che potrebbero decidere di approfittare di questi momenti di debolezza americana per raggiungere i propri scopi (si veda, ad esempio, Taiwan). Tuttavia, lasciare le cose come stavano andando avrebbe significato accettare un inesorabile declino, dal quale sarebbe stato sempre più difficile risalire.

E noi europei come ci comportiamo in tale situazione? Non possiamo più mentire a noi stessi: tutti i nostri governi sono fortemente condizionati da Washington, la stampa principale ne è soggiogata, molti politici — ricordando cosa successe ad Andreotti, Craxi e Berlusconi — temono di contrapporsi agli USA e, quanto ai nostri servizi segreti, nessuno sa quanto siano veramente indipendenti da quelli americani.

Né si può dimenticare che dal dopoguerra esistono accordi che, di fatto, ci riducono a “colonia politica”; che in Germania ci sono più di trentamila soldati americani di stanza mentre in Italia sono “solo” 14.000; e nemmeno si può ignorare che, almeno per ora, i nostri commerci bilaterali sono molto favorevoli per noi e si spera che, anche se dovessero diminuire, una qualche positività si riesca comunque a mantenerla.

Dunque, qualunque cosa si possa criticare o auspicare, abbiamo le mani legate.

Tags: breakingTrumpUsa
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