Nel 2026 l’Italia si trova in una fase decisiva per lo sviluppo della rete in fibra ottica FTTH (Fiber To The Home), infrastruttura considerata strategica per la digitalizzazione del Paese. Gli obiettivi fissati dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) prevedono una diffusione capillare della connettività ultraveloce, con target che puntano a garantire velocità fino a 1 Gbps su gran parte del territorio nazionale.
Secondo i dati più recenti, la copertura FTTH ha superato il 70% delle famiglie italiane nei primi mesi del 2026, con una proiezione che potrebbe portare il dato intorno al 76-77% entro la fine dell’anno. Un risultato significativo, soprattutto se si considera che fino a pochi anni fa la fibra “pura” era limitata a grandi città e aree densamente popolate. Oggi, circa il 90% dei comuni italiani risulta almeno parzialmente raggiunto dall’infrastruttura, anche se questo non sempre coincide con una reale possibilità di attivazione per tutti i cittadini.
Permangono infatti differenze rilevanti tra copertura teorica e connessioni effettivamente disponibili. In molte aree, la rete è stata posata ma non ancora collaudata o commercialmente attiva, rallentando la diffusione concreta del servizio. Un ruolo centrale è svolto dagli operatori incaricati dei lavori, tra cui Open Fiber e FiberCop, impegnati nell’attuazione dei bandi pubblici finanziati anche con fondi europei.
La fibra ottica torna comoda soprattutto a chi lavora o a chi si dedica ad attività dispendiose per la rete come il gaming. Non è certo il caso delle semplici videoconferenze o dei giochi meno sofisticati come i browser game o il Bingo Online, ma da diverso tempo a questa parte poter contare su una connessione moderna diventa quasi essenziale per chi deve svolgere più compiti contemporaneamente e magari convive a casa o in ufficio con chi deve fare altrettanto, sfruttando quindi la stessa rete. È però importante anche per lo studio ad esempio o per le pratiche burocratiche da compiere online.
Nonostante i progressi, restano numerose criticità, soprattutto nelle cosiddette aree grigie e aree bianche. Le prime sono zone in cui è presente un solo operatore e dove gli investimenti privati risultano limitati: qui i ritardi sono evidenti, con una percentuale di civici collegati ancora lontana dagli obiettivi iniziali. Le seconde, invece, comprendono aree rurali o a fallimento di mercato, dove l’intervento pubblico è determinante. In queste zone la copertura ha raggiunto circa il 77% degli immobili previsti, ma una quota significativa resta ancora in fase di completamento o verifica tecnica.
Il divario territoriale rappresenta uno degli aspetti più critici. Diverse regioni del Sud e alcune aree interne del Centro-Nord continuano a registrare livelli di copertura inferiori alla media nazionale. Regioni come Calabria, Basilicata e Molise mostrano ritardi più marcati, mentre anche in territori più sviluppati permangono sacche di digital divide, soprattutto nei piccoli comuni e nelle zone montane. Gli studi condotti, in ogni caso, raccontano di una realtà più complessa in cui non è solo Internet ad essere minor presente ma il discorso si allarga a tanti altri ambiti.
Un ulteriore elemento di attenzione riguarda le tempistiche legate ai finanziamenti del PNRR. I progetti devono essere completati, collaudati e rendicontati entro la fine del 2026 per evitare il rischio di perdere parte dei fondi europei stanziati. Questo impone un’accelerazione nei cantieri e una maggiore efficienza nella gestione amministrativa e tecnica degli interventi.






























