Pasticcio italiano in ‘salsa kazaka’ – di Franco Esposito

Pasticcio all’italiana con ingrediente kazako. Una vergogna, tutti sapevano, il Viminale, l’intero Dipartimento della Pubblica sicurezza, la Polizia del nostro amato, sconquassato, deprezzato ex Belpaese, mai caduto così in basso. Il caso cosiddetto Ablyazov, uno scandalo che coinvolge direttamente il ministro dell’Interno. Da più parti, si sollecitano le immediate dimissioni di Angelino Alfano. L’Italia è sprofondata in una vergognosa brutta figura. Auspici appunto i ministri Alfano ed Emma Bonino, il Prefetto capo di gabinetto del Viminale, Giuseppe Procaccini, il Prefetto capo della Segreteria di Pubblica Sicurezza, Alessandro Raffaele Valeri, il vice capo vicario della polizia, Alessandro Maragoni, e il prefetto Francesco Cirillo. Laddove appare singolare l’assenza dei Servizi Segreti in questa brutta storia, prima, durante e dopo l’operazione che ha esposto l’Italia alla vergogna del mondo.

Proprio il capo pro tempore della polizia, Marangoni, avrebbe ordinato il via al blitz. L’ambasciatore kazako in Italia, il 28 maggio, al Viminale, chiede la cattura di Mukhtar Ablyazov al prefetto Procaccini. L’intera catena di comando sapeva tutto. Anche della necessità di portare a compimento l’esecuzione della pratica in tempi celeri. L’operazione coinvolge quaranta poliziotti in assetto antisommossa. La sollecitazione ha l’imprimatur del ministro dell’Interno. Anche se Angelino Alfano continua a ripetere di non essere stato informato dal dipartimento di polizia e dai suoi più stretti e autorevole collaboratori. “Sarà punito chi ha sbagliato”. Il nulla-osta a procedere con assoluta celerità viene da Alessandro Marangoni, vice capo vicario della Polizia, che invoca l’obbligo alla riservatezza. Sorprende dunque la linea del ministro dell’Interno: nessuno dell’intero Dipartimento, né il capo della Polizia e il capo di gabinetto del suo ministero, ritennero opportuno informarlo sulla fine che avrebbe fatto la richiesta dell’ambasciatore kazako. Una inverosimile giustificazione. Oppure bisognerebbe spiegare, chiarire, perché Angelino Alfano venne tenuto all’oscuro di tutto. Tagliato fuori. Una cosa è certa: ad operazione conclusa Marangoni non contattò direttamente il capo di gabinetto di Alfano. Rimangono avvolte nel mistero le mosse di Alessandro Raffaele Valeri. La purga nel ministero appare a questo punto inevitabile.

Dopo il blitz notturno tra il 28 e il 29 maggio vengono fermate Alma e Alua Shalabayeva, moglie e figlia di Mukhtar Ablyazov. Il Dipartimento preme sul questore di Roma, Fulvio Della Rocca, per una seconda perquisizione della villa di Casalpalocco, a conferma dell’incidenza nella vicenda del Dipartimento di Polizia, che chiede e riceve tre pagine e undici allegati della nota con cui il questore di Roma ricostruisce la catena degli accadimenti tra il 28 e 31 maggio. Il dossier finisce poi sul tavolo di Alessandro Pansa, Capo della polizia insediato da poco. Quegli atti non hanno prodotto alcun risultato in ordine alla chiarificazione degli eventi. Ciò malgrado, il ministro Alfano ha sostenuto che nella vicenda Ablyazov “prassi e norme sono state correttamente rispettate”. Ma l’aspetto più grottesco è rappresentato dalla totale assenza dei Servizi Segreti italiani. Possibile che il nostro controspionaggio non sapesse che a Casalpalocco risiedeva la moglie di uno dei più noti (e ricercati) dissidenti kazaki, al centro di una vicenda giudiziaria che aveva investito l’Inghilterra? È impossibile. Domande e dubbi sono tanti. Intanto una: come mai il prefetto di Roma, il 30 maggio, nel firmare il decreto di espulsione della Shalabayeva attesta che la donna ha precedenti penali, pur essendo incensurata? È provato che la donna è entrata legalmente in Italia. A seguire gli altri interrogativi: a quale titolo il prefetto Valeri consiglia di sollecitare al capo della squadra mobile Cortese la cattura di Mukhtar Ablyzov? Come mai i documenti che attestano l’annullamento del decreto di espulsione di Shalabayeva spuntano solo un mese e mezzo dopo il suo fermo? È vero o falso che Alma Shalabayeva, dopo il fermo, è stata costretta a non poter bere o mangiare per quindici ore? Infine, il quesito più scabroso: risponde a verità che ci sarebbe stato un intervento della diplomazia kakaza, il 31 maggio, finalizzato al trasferimento della donna in Kazakhistan, perchè un eventuale scalo a Mosca avrebbe provocato un attentato terroristico?

Angelino Alfano fa sapere che è molto arrabbiato. “Ho chiesto un rapporto in tempi rapidissimi e agirò in base a quella ricostruzione dei fatti”. Il premier Letta ha informato il presidente Napolitano sulla revoca del decreto di espulsione di Alma Shalabayeva e di tutti i passi avviati per provare a chiudere il caso Ablyazov. “Mi aspetto che la relazione del capo della polizia sia in linea con la total disclosure che abbiamo imposto”. Il capo dello Stato è in forte apprensione: la vicenda ha avuto un notevole eco internazionale; possibili le ripercussioni sulla stabilità del Governo. Che ha sottolineato il 12 luglio “la gravità della mancata informativa” sul caso e revoca dell’espulsione. Ma Alma Shalabayeva era già ad Almaty.

Vendola e Grillo presenteranno una mozione di sfiducia individuale contro Alfano. Mentre il caso esplodeva in tutta la sua deflagrante ambiguità, il dittatore kazako Nursultan Nazarbarev era in vacanza in Sardegna con famiglia, un plotone di agenti di sicurezza e servitù al seguito. Cinque giorni, ma sapete dove? A San Teodoro, pochi chilometri a sud di Olbia, duecento metri con giardino, davanti all’isola Tavolara. La villa del comprensorio H20 è di proprietà del commercialista Ezio Maria Simonelli, studio in centro a Milano, incarichi alla Bocconi, un posto nel collegio sindacale della Mondadori, dirigente del Gruppo Fininvest, e soprattutto molto vicino a Silvio Berlusconi. Espulse dall’Italia con una maxioperazione di polizia e rimpatriate a forza su un aereo privato, moglie e figlia del dissidente kazako Ablyazov vengono di fatto riconsegnate al controllo e al ricatto di Nazabarev. Un bieco oppressore alla guida di quel Paese, il Kazakhstan. Petrolio, mattone e banche garantiscono a Nazarbaev amicizie e complicità con alcuni leader occidentali. Berlusconi fra questi. Ma Alfano sapeva, e la Bonino? Se il ministro dell’Interno era il regista occulto ed era stato informato, deve dimettersi. Tutto riporta a lui. Se davvero non sapeva, deve dimettersi uguale: il Paese non è garantito. Scandalo, vergogna, miserabili comportamenti: cose così si vedono solo in Italia e nelle repubbliche delle banane.