Napoli, il commercio a rischio – di Franco Esposito

A Napoli in giro per saldi. Un disastro. Piange la città del commercio: vetrine piene di proposte ammiccanti e buone offerte; vuoti i negozi, non un’anima viva interessata all’acquisto del saldo di fine stagione. La parola flop è un coro, non più un sussurro di negozio in negozio. Un’altra mazzata in arrivo, i cui effetti sembrano destinati a rivelarsi devastanti. Il commercio a Napoli va incontro a seri rischi anche nell’immediato: possibile, se non probabile, la chiusura di altre attività. Affari zero e fitti dei locali altissimi: l’equazione non promette nulla di buono. Le boutique di lusso rappresentavano un’inviolabile eccezione, fino alla scorsa estate. E ora? Le file davanti ai negozi delle griffe sono un ricordo. Sembra passato un secolo, non un anno. Vuote, desolatamente vuote, anche le mecche dello shopping. Pochissima gente all’interno di Zara, il maxistore in zona Vomero,  solitamente preso d’assalto per i suoi capi che fanno tendenza, in vendita a prezzi accessibili. Di norma bassi, dai 4 ai 40 euro. Cinquanta quando è impossibile essere più economici. Inesistenti le file alle casse, il bel tempo è una cosa lontana, anche all’interno il colore dominante è il grigio del malumore, proprio come la tinta di questa estate che sa d’autunno. Pioggia tutti i santi giorni, alle quattro del pomeriggio, sembra di stare ai tropici. Pazzo clima fa di Napoli una città appunto tropicale.

Via Calabritto è il simbolo del disastro commerciale di Napoli, decisamente identico alla quasi totalità delle città italiane, grandi e piccole. Piazza dei Martiri a monte e a valle Piazza Vittoria, il cuore elegante e un po’ snob di Napoli da un lato e dall’altro, a quattro passi, il lungomare della discordia e le cravatte delicate, belle e immortali, di Marinella: via Calabritto è la strada delle griffe. Potremmo dire che lo era: sono scomparse sette insegne su quindici. Un segnale definito sinistro dal presidente dell’associazione “Botteghe dei Mille”, Nino De Nicola. La griffe Armani ha abbandonato i locali in seguito alle esose, impraticabili richieste del proprietario. Aveva chiesto uno sbalorditivo aumento del fitto, a fronte della crisi incombente che spopola i negozi e anche le boutique più famose. Il caro-fitti è una delle cause che stanno uccidendo il commercio a Napoli.

L’ultima iniziativa  dell’amministrazione comunale ha un suono strano. Sembra addirittura in controtendenza l’istituzione di via Toledo “centro commerciale naturale”. Un’iniziativa della giunta de Magistris, su proposta dell’assessore alle Attività Produttive, Enrico Panini. I Centri Commercial aturali sono tenuti nell’ambito dei bandi di finanziamenti emanati dalla Regione Campania.

Sono concepiti, sostiene l’ideatore, per offrire a cittadini e turisti “un rapporto di vicinato con i commercianti valorizzando il territorio e non disperdendo il patrimonio economico e lavorativo delle aree urbane”. Via Toledo, ovvero via Roma, comunque non sfugge alla drammatica regola che incide sui destini di Napoli commerciale: c’è uguale moria di negozi, cambi di ragione sociale e di esercizi. Quelli che chiudono e riaprono con nuove insegne, otto su dieci, sono nelle mani della camorra. L’unico imprenditore mai in crisi, a Napoli.

Benetton, per dirne un’altra, vende saldi di stagione a un ritmo dimezzato rispetto agli anni passati. I clienti si rivolgono esclusivamente agli acquisti a basso costo. Articoli che partono da un prezzo molto basso e quindi costano pochissimo. La crisi investe tutti i settori dell’abbigliamento, non si salva nessuno. Neppure le botteghe che propongono articoli per bimbi. Anche il mercato dei più piccini è in stato comatoso: non incontrano grandi adesioni e proposte di forti sconti. Il problema è sempre lo stesso: la crisi ha svuotato le tasche degli italiani, le famiglie faticano ad arrivare alla fine del mese. O non riescono ad arrivarci per niente. In giro per saldi, a Napoli. Hogan, Du Pareil, Officina, Fay, Yamanay, Pinko: non producono concreti effetti le proposte di forti sconti, addirittura fino al settanta per cento da parte di negozi di una certa risonanza e storicità, stabili da tempo nelle strade dello shopping. In questi casi, la gente qualcosa compra, limitandosi però rigorosamente all’essenziale e al più economico dell’economico. Secondo gli esperti si passa dal dramma alla catastrofe: scelta e uso del sostantivo più appropriato dipende dai punti di vista e dalla consistenza del flop commerciale in atto.

L’allarme generale impone l’adozione di provvedimenti. Fioccano le proposte anti-crisi, dominano però scarsa convinzione e scetticismo. Il commercio a Napoli sembra prossimo al punto di non ritorno. Ma sì, incrociamo le dita, facciamo voti, tocchiamo ferro e quant’altro, ascoltiamo chi si sta rimboccando le maniche e incita i colleghi commercianti a fare altrettanto. Intanto, a fare fronte comune contro i proprietari dei locali che tentano di ttenere il massimo dal proprio immobile. “Quei locali chiusi danno un brutto aspetto anche alla strada. Gli immobili devono diventare strumentali ll’attività commerciale. Dobbiamo sostenere il lavoro e gli investimenti, non le rendite parassitarie”. Il grido d’allarme presenta i connotati della disperazione. Bisogna fare presto, altrimenti Napoli chiude. La fine del commercio è purtroppo già presente, seduta nell’anticamera.