Dopo il mio ultimo articolo pubblicato su ItaliaChiamaItalia, circa il divieto di esporre il manifesto al Campidoglio che ricordava la detenzione dei due Marò italiani in India, ad opera diretta del capo consigliere di SEL, il quale, tra l’altro, apostrofava i rappresentanti della vecchia giunta che stavano svolgendo lo striscione come imbevuti di un “rigurgito nazionalista ipocrita”, ho ricevuto con sommo piacere una lettera da un mio vecchio amico, residente negli USA, collega del 20° Corso d’Accademia Militare del 1963, il quale sviscera con una rara sensibilità le problematiche a cui sono andati incontro i militari italiani in servizio all’estero… manifestando un proprio richiamo all’onorabilità della nazione in campo internazionale.
Il mio amico, oggi pensionato, Giorgio Segala, Generale di Divisione di fanteria “Lagunari” (che corrisponderebbero ai Marò della Marina), mi prega di indicarlo solo come un “italiano all’estero”: uno dei tanti italiani che sentono, in questi ultimi tempi, parlare dell’Italia all’estero in maniera non troppo esaltante… Vi propongo la sua lettera come l’ho ricevuta, aggiungendo alla propria definizione di “Italiano all’estero” (come vuole essere identificato) solo la dicitura a noi cara per i cinquant’anni trascorsi dal nostro incontro a Modena: “Un Cadetto del 20°” (Roberto Pepe)
LA LETTERA
Caro Roberto,
ho letto il tuo commento riguardante la rimozione del manifesto dei Marò dal Campidoglio, e francamente, scusami il gioco di parole, mi sono sorpreso della tua sorpresa dell’atto compiuto dalla istituzione (con la iniziale minuscola perché di maiuscolo proprio non ha dimostrato di esserlo) capitolina, che per patrimonio storico dovrebbe rappresentare il faro di riferimento per tutte le altre Istituzioni e la madre casa di riferimento per gli italiani che vivono e/ o operano fuori dai confine della Patria.
Quanto accaduto al Campidoglio non è altro che la conferma, se vi fosse ancora necessità, di una assenza del concetto di nazione che purtroppo caratterizza gran parte di coloro che sono chiamati ad educare, formare, promuovere, gestire e rappresentare il nostro Paese. Loro non si considerano parte del sistema Paese, bensì parte del sistema partito, di cui sono la espressione operativa del condurre le cose pubbliche.
Alcuni anni fa in Irak un giornalista italiano, catalogabile come di sinistra, arrivato in Green Zone di Bagdad protetto da una scorta di 13 Carabinieri (in quel periodo io ero Consigliere del Ministro della Difesa Iracheno e avevo come scorta unicamente la mia ombra e la mia pistola), ansioso di conoscere, tastare e vivere la realtà di coloro che vi operavano, mi chiese quale fosse il maggiore disagio per una persona impiegata in missioni a rischio. La mia risposta fu: “Le non certezze!!”. Vedendolo perplesso, esplicitai meglio il concetto. “La non certezza che la donna o il ragazzo che hai di fronte non sia un terrorista. La non certezza che se non dovessi più ritornare qualcuno si prenda cura dei tuoi cari. La non certezza che chi sta seduto comodamente a casa guardando le immagini televisive e resoconti che voi propinate comprenda veramente la situazione che tu stai affrontando e vivendo, anche in suo nome. La non certezza che la opinione pubblica nazionale sia dalla tua parte, comprenda e sostenga il tuo operare…”. La non certezza di mille ed altri motivazioni.
Quando parti per una missione hai bisogno di avere certezze, non sulle tue capacità morali, caratteriali o professionali, ma per tutto quello che non dipende direttamente da te. Quando parti sei disposto anche a dare la tua vita, ma solamente se hai la certezza che questo sacrificio valga veramente la pena di essere fatto e che sia compreso a casa.
Caro Roberto, per noi militari la certezza che non sarai mai abbandonato a te stesso, da vivo così come da morto, rappresenta un fondamento irrinunciabile, è la polizza di assicurazione più importante quando parti per una qualsivoglia missione all’estero. Questo deve rappresentare un impegno assoluto da parte delle Istituzioni, da parte della opinione pubblica che vai a rappresentare, da parte del sistema paese tutto, senza differenzazioni ideologiche partitarie. Io vado perché il mio Paese me lo ordina. Il mio Paese ha l’obbligo prima morale e poi istituzionale di garantire il mio ritorno da vivo o in una bara.
Negli USA, dove ora io vivo, tre cose sono sacre per tutti a prescindere dalle ideologie politiche, religiose, dai colori della pelle, dagli interessi di parte: il rispetto per gli uomini in uniforme (militari, vigili del fuoco, poliziotti) perché rappresentano il sistema Paese; non abbandonare mai una persona in uniforme, viva o morta che sia; il sostegno concreto alle famiglie durante la loro assenza e l’assistenza in caso di decesso.
Ti meravigli del comportamento della amministrazione capitolina? E quello delle Istituzioni di allora che decisero di impiegare personale militare in una missione di sicurezza internazionale senza una adeguata “copertura” giuridica della loro posizione? E quello delle Istituzioni presenti che dopo ormai due anni ancora annaspano alla ricerca di una soluzione sempre più intricata da dipanare?
Sono stati abbandonati a loro stessi da chi aveva e ha l’obbligo di non abbandonare propri uomini e le proprie donne, e questo a prescindere dal fatto che siano innocenti o colpevoli del reato addebitato loro. Sono servitori dello Stato Italiano e quindi, se innocenti, non possono essere ostaggi di un altro Stato; se colpevoli devono essere giudicati (come dice la giurisprudenza internazionale) nel Paese di appartenenza.
Il fatto è che noi non siamo un sistema Paese credibile. Lo hanno capito anche gli indiani. Il nostro è un paese ricattato da una ideologia politica che considera le persone secondo l’abito che portano (tuta da operaio, giacca e cravatta, uniforme) e non secondo quello che rappresentano in termini di impegno e di potenzialità per il Paese. Siamo un Paese di poeti, una volta anche di navigatori come vedi, di eroi… ma gli eroi sono solamente quelli che nonostante tutto continuano a credere in un Paese per il quale vale ancora la pena di servire. Un abbraccio ai due Sottufficiali di Marina!
Giorgio Segala, Italiano all’estero e Cadetto del 20° Corso































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