Libia, Usa chiedono aiuto all’Italia: ma quando c’era Berlusconi… – di Roberto Pepe

20080830 - BENGASI - LIBIA - POL - ITALIA-LIBIA:BERLUSCONI, 5 MILIARDI DLR PREVEDONO AUTOSTRADA. Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, durante l'incontro con il leader libico Muammar Gheddafi, oggi a Bengasi (Libia). I risarcimenti per cinque miliardi di dollari che l'Italia versera' alla Libia nei prossimi 25 anni a titolo di compensazione per i danni coloniali prevedono investimenti anche per un' autostrada costiera che attraversi tutta la Libia, dall'Egitto alla Tunisia. Lo ha confermato il premier Silvio Berlusconi arrivando in Libia, a Bengasi, dove in giornata incontrera' il colonnello Muammar Gheddafi per siglare l'Accordo di amicizia e cooperazione tra Roma e Tripoli. ANSA/LIVIO ANTICOLI/DRN

Sul Corriere del 20 giugno, Franco Venturini riporta la richiesta da parte degli Stati Uniti all’Italia di intervenire in Libia assumendosi maggiori responsabilità per stabilizzare quel martoriato paese dopo la morte di Gheddafi. Gli Stati Uniti assieme alla Gran Bretagna alla Francia ed alla Germania dovevano pensarci prima, invece di fare i sorrisini di compatimento nei confronti di Berlusconi! Allora noi di ItaliaChiamaItalia fummo gli unici a spingere chiaramente Berlusconi a partire ed andare in Libia per fare quest’azione che adesso invocano gli “alleati”. Ma facciamo una breve analisi storiografica, proprio per non apparire visionari come quelli che gridano sempre: l’avevamo già detto!

Dopo gli incontri del 2008 tra l’Eni di Scaroni e Putin, viene definito l’intervento di Gazprom in Libia e Algeria con la partecipazione italiana al progetto South Stream. Il dispaccio confidenziale USA rivelato da Wikileaks, recita immediatamente: “Bisognerebbe spingere il nuovo governo Berlusconi ad agire un po’ meno come il cavallo degli interessi di Gazprom…”.  Nell’era Obama è un vero atto d’accusa nei confronti dell’Italia nella figura del governo Berlusconi, sospettato di favorire una manovra per imporre all’Europa l’egemonia energetica di Mosca.

A far paura è soprattutto il South Stream, il progetto di gasdotto italo-russo-turco destinato a portare il gas del Caspio in Italia, tagliando fuori l’Ucraina con il suo Nabucco, il gasdotto progettato da Ue e Usa per portare in Europa il gas dell’Azerbaijan. Questa azione a tenaglia italo-russa si trasforma in un’autentica ossessione per la Francia e la Gran Bretagna che temono anche il secondo potente braccio di quella tenaglia rappresentato da «Greenstream» e «Transmed», le due condutture controllate dall’Eni che portano in Europa il gas dalla Libia e dall’Algeria. Bruxelles già nel 2008 dichiara di voler sorvegliare maggiormente i cospicui interessi garantiti da Eni a Gazprom nel Nord Africa, mettendo in guardia dalla possibilità che Eni collabori anche in Algeria. Angela Merkel, infatti, nel 2010 parte per prima andando a chiedere al presidente Kazako di mettere subito il gas a disposizione del gasdotto Nabucco. Washington e Londra da una parte e Parigi e Berlino dall’altra, attuano la loro tenaglia studiata per schiacciare l’asse Roma-Mosca.

A questo punto è proprio il presidente francese Sarkozy ad entrare in crisi, in quanto egli, essendo già compromesso per aver avuto in regalo 50 milioni di euro da Gheddafi per la propria elezione, non può certo anche forzare la mano per incrementare i 55mila barili di petrolio al giorno per la Total, a fronte degli oltre 280mila dell’italiana Eni. Inoltre, a peggiorare il risentimento di Sarkò nei confronti dell’italiano Berlusconi si inseriscono difficoltà sugli accordi stretti da Parigi con il Qatar per la vendita del gas.

La cosiddetta primavera araba contro Gheddafi è stata innescata per combattere l’asse Roma-Mosca-Tripoli. Il Qatar, infatti, accende la rivolta in Libia con gli ex al qiadisti liberati dalle prigioni, e la rivolta di Bengasi si realizza solo grazie ad un colonnello libico traditore pagato dal Qatar, che consegnerà ai rivoltosi un intero deposito di armi. Qualche giorno dopo il quartier generale di Bengasi accenderà la rivolta che porterà alla caduta di Gheddafi. La morte del Rais non porterà la democrazia in Libia, ma servirà a smantellare gli interessi di Eni e Gazprom, per rendere più debole l’economia dell’Italia e aggravare quella crisi che porterà, alla fine del 2011, alle dimissioni del governo Berlusconi e all’avvento di un governo in linea con le esigenze più «europeiste» come quello di Mario Monti.

Sta di fatto che Berlusconi il 22 febbraio 2011 riceve una telefonata da Gheddafi che lo rassicura sulla situazione nel paese, ma gli chiede un supporto chiaro. Nell’aprile 2011 comprendemmo la manovra truffaldina francese e purtroppo fummo gli unici a ribadire contro corrente, contro i media nazionali, quanto già proposto all’inizio della dichiarazione d’intervento francese in Libia, invocando: “Ribadiamo: Berlusconi, parti e vai a trovare Gheddafi in Libia,  coinvolgendo le nazioni nord-africane! Trova una soluzione con un trattato del bacino mediterraneo e fregatene di quanto dicano i politici franco-britannici. Tutto il popolo europeo lo vuole. Tutti gli italiani vogliono una soluzione pacifica tipicamente italiana e tipicamente berlusconiana.  Berlusconi, dai uno schiaffo morale a tutti e, bloccando il flusso migratori ed assicurando il petrolio e il gas libico all’Italia. I francesi vogliono solo quello e come al solito, se ne fregano dell’Europa!”.

Ma l’Italia “tutta” come si comporta in questa forma di accerchiamento attuata dai “Fratelli europei”? E’ unita contro lo straniero? Bersani, che dice?: “Questo (alludendo signorilmente al Cavaliere) se ne deve andare a casa! Questi (alludendo al governo) vogliono creare una Comunità africana (in opposizione a quella europea)”.

Una cosa è apparsa chiara e storicamente sintomatica: il perenne accerchiamento culturale anglo-franco-tedesco (sostenuto dalle difficoltà americane)  anti-italiano si è riversato in particolar modo contro Berlusconi, che allora rappresentava un’anomalia concorrenziale sul sistema economico-finanziario già predisposto dall’asse Parigi, Bonn, Londra, Washington.

In conclusione: Silvio Berlusconi è stato fatto fuori politicamente con un complotto internazionale di guerra vera e propria, organizzata da quei partners internazionali che vogliono condurre il mondo con il proprio controllo, servendosi della stupidità di alcuni politici invidiosi italiani. A Berlusconi è andata bene, perché a Mattei, che osò far concorrenza alle sette sorelle del petrolio, successe un misterioso incidente aereo, ma allora non c’era ancora Al Qaida! E questa è l’Europa che abbiamo voluto? Assolutamente NO!