La crisi dell’Italia e i facili ottimismi di Renzi – di Giorgio Brignola

Il primo semestre del 2015 ha fatto registrare un carico fiscale e tariffario più consistente di quello che s’era verificato nel 2014. Vale a dire che l’esecutivo Renzi ha scompaginato anche le più caute previsioni. In Italia l’economia resta sotto osservazione per mancanza di segnali che consentono di guardare oltre. I rincari, su tutti i fronti, non sono totalmente giustificati. Libero mercato non può significare solo aumenti dei prezzi il minuto. La deflazione, tra l’altro, non aiuta. Basta guardare al prezzo degli stessi prodotti, in area UE, per comprendere come l’Italia sia andata ben oltre l’ottica degli altri Paesi membri. La borsa resta in calo e la fiducia degli investitori non è neppure più ipotizzabile.

A nostro avviso, il programma illustrato dal Presidente del Consiglio non appare a medio termine. Ce ne siamo resi conto per l’aumento della disoccupazione e per la posizione, in verità enigmatica, che interessa migliaia di lavoratori usciti dai cicli produttivi poco prima della riforma del programma previdenziale che ha alzato l’età pensionabile. Per questa fitta umanità, almeno allo stato attuale, non è previsto reintegro, né alcuna formula previdenziale percorribile. Dietro i numeri, ci sono le famiglie, i mutui da pagare, i costi dei servizi indispensabili e il “vivere” quotidiano. Vedremo se il quadro generale si modificherà per il prossimo anno.

Se il Governo non può decidere, cosa fanno in Parlamento? Come mai le forze sociali non propongono soluzioni alternative che non siano i soliti scioperi che non hanno, al momento, nessun futuro contrattuale? Con il calo del tenore esistenziale, da noi si è innescata una spirale che coinvolge negativamente anche i pochi segnali di stabilità che l’imprenditoria ha cercato di mantenere. Al punto in cui siamo, non ci sono molte scelte da mettere sul banco. Dietro i sacrifici fino all’ultimo, non vediamo nessuna contropartita. Non esiste neppure l’intervento pubblico per tentare di recuperare le imprese in difficoltà. Il risanamento economico nazionale non può gravare unicamente da una parte. Stiamo vivendo, in questo primo periodo del nuovo Millennio, un acuirsi dell’insoddisfazione della classe lavoratrice che non ci sta all’inarrestabile calo della produttività.

Ci sembra chiaro che l’occupazione, a qualsiasi livello, dipenda da molti parametri che ne possono determinare un incremento o un’inesorabile riduzione. Il nostro Paese è entrato in una spirale che la società tecnologica rifiuta a priori. Come già abbiamo scritto, il problema dell’occupazione non sarà risolto a breve. Neppure l’impegno di Renzi potrà recuperare le posizioni perdute. Economia e lavoro sono due aspetti inscindibili di uno stesso problema. La politica, per noi, si trova al “piano” inferiore. Se non si troverà un mezzo per incrementare il lavoro, anche sul piano della competitività, non ci sarà l’opportunità di nuovi sviluppi occupazionali. Semmai, avverrà il contrario.

C’è solo da verificare se il programma del Governo troverà continuazione. A tutt’oggi, non c’è dato sapere sino a quando e, soprattutto, come. Certo è che una soluzione, pur se precaria, è indispensabile. L’economia dello Stivale non può reggersi solo sui sacrifici a senso unico. L’Italia ha da fare delle scelte. Il primo semestre del 2016 sarà importante per il progresso del Paese e per l’affidabilità di questo esecutivo di “temporanee” intese. Almeno, ci speriamo.