Jobs Act, mercoledì la fiducia. Renzi, ‘il Pd voterà compatto’

Mercoledì il governo porrà la fiducia sul Jobs Act, e nel pomeriggio il Senato voterà per un maxiemendamento che di fatto è ancora avvolto nel mistero. "E’ pronto ed è al vaglio della Ragioneria" spiegava nel pomeriggio il sottosegretario Teresa Bellanova, mentre in aula proseguiva il dibattito sul testo che dovrebbe risultare ormai ‘superato’ dagli eventi. Inutile, spiegava il senatore leghista Sergio Volpi "e frustrante per chi parla, dover parlare di un provvedimento che molto probabilmente non esiste già più, e anche il fatto che ne abbiamo avuto comunicazione solamente a mezzo stampa".

Inutile anche la richiesta ineditamente conciliante del Movimento 5 Stelle: "Se il problema – aveva detto Vito Petrocelli – è la difficoltà di affrontare la grande mole di emendamenti, come M5S proponiamo di ritirare la maggior parte e lasciare solo quelli che riteniamo fondamentale, per togliere ogni alibi al governo Renzi. L’invito è dunque quello a non porre la questione di fiducia". Invito non raccolto: la discussione generale si protrarrà fino alle 12.30 di domani, quindi con ogni probabilità il ministro Maria Elena Boschi porrà la questione di fiducia.

"Non temo imboscate da parte della minoranza del Pd, voteremo compatti" fa sapere fiducioso Renzi dopo aver incontrato in mattinata prima i sindacati, poi le imprese. Anche perché il maxiemendamento potrebbe recepire alcuni degli emendamenti interni al Pd, quelli voucher, demansionamento, ammortizzatori e riduzione delle tipologie di contratto chiesti in particolare da Maria Cecilia Guerra e Federico Fornaro.

Ma uno dei più duri, nel suo intervento al Senato, è un senatore del Pd, Walter Tocci, che non usa mezze parole: ‘Il grande rottamatore porta a compimento il programma dei rottamati che lo hanno preceduto, sia quelli di destra che quelli di sinistra". E’ il duro commento di Walter Tocci, della minoranza Pd, alla legge delega sul lavoro, in discussione in Senato. Secondo Tocci "la richiesta di fiducia è un segno di debolezza, si rinuncia al dibattito in Parlamento, sfiduciandolo del potere legislativo. E’ l’anticipazione di un metodo che diventerà normale con la riforma costituzionale. Non importa quello che ci sarà scritto nelle legge, l’importante sarà quello che verrà scritto nel decreto del Governo: ma l’importante è inscenare una riforma del lavoro che non c’è".

In mattinata, Renzi aveva prospettato ai leader di Cgil, Cisl, Uil e Ugl una versione dell’articolo 18 che manteneva l’ipotesi dei reintegro in caso di licenziamenti discriminatori e disciplinari "previa la specifica della fattispecie", la riduzione delle tipologie contrattuali, norme per la rappresentanza sindacale, un allargamento della contrattazione decentrata. Lapidario il commento finale di Susanna Camusso: "Nessuno può dire che si sia avviata una nuova stagione di concertazione perché il dire ‘andiamo avanti ma poi decide solo la politica e con voi discuteremo dopo’ non è nessun passo avanti".