Italiani all’estero, il MAIE assuma una collocazione politica più definita – di Mario Galardi

Caro direttore,

Caro Ricky,

            ti ringrazio per avermi voluto dedicare il tuo intervento di lunedì e contraccambio le tue espressioni di amicizia e di apprezzamento.

Ho ascoltato con interesse gli interventi del 2 ottobre di Ricardo Merlo e quello del 29 maggio di Mario Borghese, discorsi purtroppo molto brevi, a causa del poco tempo che alla Camera viene concesso quando ci sono le dichiarazioni sulla fiducia. Le loro affermazioni sulla riforma costituzionale e sul voto all’estero sono totalmente condivisibili, e tu sai che, nel mio piccolo, ne indico la necessità e ne scrivo da molti anni sul nostro giornale online.

Mi ero riproposto una pausa nel dibattito che avevamo iniziato in merito al possibile “partito unico” degli italiani all’estero, ma, dato che amabilmente e con un entusiasmo positivo e contagioso mi chiami in causa, non posso fare a meno di riprenderlo.

Ho riflettuto sulla questione, e non vorrei ripetere quanto ho già scritto sul tema, che è diventato di attualità anche per i tuoi appassionati interventi, e certamente perchè interessa a tutti i lettori, ma in ultima analisi resto del parere che gli eletti all’estero è bene che partecipino alla politica italiana facendo parte dei principali partiti nazionali.

Lungi da me il voler negare il diritto che si chieda l’appoggio (e al momento opportuno il voto) ad un partito che intende rappresentare tutti gli italiani residenti oltre confine. Un liberale, come sono sempre stato, non può avere chiusure preconcette. Ma che noi quattro milioni si possa confluire maggioritariamente in un unico gruppo, identificato più che dalle idee, dalla residenza, a me pare riduttivo ed anche molto difficile da sostenere nel tempo.

Quando si tratta di decidere un meccanismo più affidabile per il voto, di non indebolire la rete dei consolati, o di altri temi specifici che ci interessano, tutti possiamo essere d’accordo. Più difficile è decidere a chi dare il proprio voto quando si discute di alleanze di governo e delle principali scelte di politica economica, sociale e istituzionale.

In Italia esistono visioni diverse, e in molti casi diametralmente opposte, su quasi tutti i temi fondamentali. Quelli dell’economia, quelli etici e della famiglia, dell’immigrazione, quando si deve decidere se restringere o ampliare le attribuzioni e i compiti dello Stato, ecc. In poche parole, quando occorre scegliere una visione liberale, che io chiamo di destra (sarebbe ora di rilegittimare questa parola, troppo spesso edulcorata in centrodestra), oppure di sinistra (altrettanto edulcorata in centrosinistra), nelle sue accezioni di derivazione socialista o postcomunista. Esistono poi coloro che spingono allo sfascio e propongono una loro improbabile rivoluzione populista, ma non credo che tra noi raccolgano molti consensi. Allora, per parlar chiaro, che posizione prenderà ogni eletto del Maie quando si dovrà decidere se andare a destra o a sinistra? E non diciamo che questo è semplificare troppo, perchè proprio qui sta il nocciolo del problema italiano, perchè, lo vedrai, una volta finita la fallimentare esperienza bipartisan dei governi Monti e Letta, dovremo nuovamente decidere tra destra e sinistra. Così come stanno facendo da tempo tutti i principali paesi dell’Occidente, con l’eccezione della sola Germania (che se lo può permettere, per la sua solidità economica ed istituzionale, e anche perchè, al contrario di noi, si è dolorosamente vaccinata dalle lusinghe egualitarie del comunismo).

Sarebbe necessario che il Maie assumesse una collocazione politica più definita. Non si può pensare di sostenere tutte le posizioni. La cosa suonerebbe male, sia in teoria che in pratica. Sia detto senza offesa, ricorderebbe il Francia o Spagna purchè se magna. Vale a dire, destra o sinistra purchè ci diano più contributi e migliori consolati. E in ogni caso, a me non piace dare un voto senza sapere da che parte andrà a pesare. E credo che lo dovrebbero sapere tutti gli elettori, perchè mi sembra che due anni di consociativismo pseudocentrista in Italia stiano facendo più danni, che cose utili.

Avere quindi nostri rappresentanti eletti all’interno dei partiti delle coalizioni che contano (una perchè governa il Paese, l’altra perchè è l’opposizione e in futuro potrà governare) a me sembra una decisione migliore, affinchè ognuno di noi possa sostenere la propria visione della società e del divenire politico dell’Italia, e per difendere più efficacemente anche le nostre particolari e legittime aspettative.

Certo, occorre scegliere bene i rappresentanti, perchè finora, soprattutto nel Pdl, ci sono state troppe delusioni, giravolte e cambi di casacca. Ma questo, purtroppo, non è una prerogativa esclusiva di nessuno.

Caro Ricky, sono residente da trentotto anni all’estero, dove ho diretto filiali di una multinazionale italiana in diversi paesi, ed una Camera di commercio binazionale. Per mia grande fortuna, grazie a frequenti viaggi e soggiorni, ho potuto mantenere il contatto e la conoscenza con la realtà del nostro Paese, che, per chi risiede all’estero, è destinata irrimediabilmente ad affievolirsi. Non credo quindi di poter essere sospettato di mancanza di simpatia o di interesse verso i nostri connazionali residenti all’estero, di antica e di nuova emigrazione, che, da sempre, sono stati l’ambiente nel quale ho svolto la mia attività e coltivato gli affetti e le amicizie. Seguo con simpatia l’entusiasmo che metti nel sostenere le tue idee, e non voglio escludere che il Maie possa dare il suo buon contributo alla politica italiana. Ma, in ultima istanza, resto delle opinioni che ho espresso.

Probabilmente non arriveremo mai a convincerci uno delle idee dell’altro, ma è bene discuterne e proporle alla riflessione dei lettori, perchè, in fondo, questa è la sola ragione per la quale scriviamo. Con amicizia, tuo

Mario