Nella Magna Carta, che è del XIII secolo, si legge: “A nessun uomo sarà negata o ritardata la giustizia”. Oggi in Italia tutti ammettono a parole che una giustizia ritardata sia una giustizia negata. Eppure da noi le cause civili e i processi penali continuano a durare lustri o decenni. Che la riforma della giustizia sia una di quelle più urgenti, lo scriviamo da anni, e crediamo che lo pensino anche buona parte dei cittadini. Ci si indigna quando si viene a sapere di innocenti tenuti a lungo in detenzione preventiva, o quando si legge di assassini liberi di uccidere una seconda volta, perchè in licenza o rilasciati prima del tempo. E il fatto che i magistrati non siano responsabili dei propri atti, e non subiscano alcuna conseguenza per i propri errori e negligenze, è un’iniquità che certamente non incentiva la buona amministrazione della giustizia. È inoltre molto grave che, in una parte della magistratura, possano prevalere pregiudizi personali e ideologici, che equivalgono all’uso della giustizia per fini politici.
I signori alti magistrati, che ad ogni inizio d’anno ci ripetono la messinscena dell’inaugurazione dell’anno giudiziario (quando in realtà non c’è nulla da inaugurare, perchè si continua con la situazione dell’anno precedente), non mancano di segnalare le responsabilità della politica, ma dovrebbero anche fare autocritica ed avere la decenza di non indossare il manto d’ermellino, anacronistico emblema di solennità e di autorevolezza, che non viene più usato neppure dai Papi.
Le organizzazioni internazionali affermano che in Italia la cattiva amministrazione della giustizia è un forte ostacolo all’apporto di capitali e alle iniziative impresariali che creano lavoro. D’altra parte non era necessaria la condanna della Corte Europea, per evidenziare che esiste il problema del sovraffollamento delle carceri. Ma si abbia il coraggio di ammettere che questo non è dovuto solo ai ritardi processuali, quanto al fatto che le carceri, oltre che malridotte, sono anche insufficienti. E ciò nonostante che in Italia (secondo le statistiche disponibili) la percentuale dei reclusi, 110 su centomila abitanti, sia minore rispetto a quella dei paesi europei. Nel Regno Unito, per esempio, i reclusi sono 148 su centomila. Per non parlare degli Stati Uniti, dove i detenuti sono addirittura 750 ogni centomila abitanti. La spiacevole verità è che da noi, più che ricorrere all’indulto e all’amnistia, sarebbe necessario costruire nuovi edifici carcerari, oltre a rinnovare quelli esistenti, che sono una vergogna in un paese che voglia essere considerato civile.
Invece, ancora una volta, per far fronte al sovraffollamento, il semplicistico palliativo a cui si pensa di ricorrere è quello di rimettere in circolazione, insieme a coloro che in carcere forse non ci dovevano entrare, anche coloro che sono lungi dall’aver potuto usufruire della conclamata funzione rieducativa della pena, che è solo un’ipocrita finzione, perchè nei nostri penitenziari mancano le condizioni idonee per svolgere quella finalità. I nostri politici dovrebbero pur sapere che, dopo l’indulto del 2006, i reati erano aumentati e molti dei rilasciati erano rientrati nelle carceri, che dopo due anni erano ritornate in una situazione di sovraffollamento.
Sappiamo bene che le cose da fare sono tantissime, e che le risorse non sono sufficienti. Ma, per nuove infrastrutture e per rinnovare le dotazioni che interessano il sistema della giustizia, si dovrebbe accettare di buon grado anche l’elevata pressione fiscale, sempre di essere certi che le entrate siano impiegate correttamente, e non finiscano nel calderone dell’inefficienza statale e delle spese improduttive.
Il nostro sistema di giustizia ha necessità di una profonda e radicale riforma. Ci sono requisiti che dovrebbero essere considerati normali e che, come cittadini, abbiamo il diritto di pretendere: che i processi si facciano in tempi brevi, che i magistrati siano responsabili dei propri atti, che le carceri siano luoghi decenti e civili, e che vi sia la certezza della pena.
Il centrodestra, anche per colpa dell’ostinata indisponibilità della sinistra, non ha saputo realizzare la riforma della giustizia, neppure quando ha avuto la maggioranza assoluta. Non ci si illuda quindi che le cose si possano fare con l’assenso di tutti. Se finalmente si giungerà ad avere in Italia un nuovo assetto istituzionale, che consenta di decidere e di governare nell’ambito di un bipolarismo dell’alternanza, qualcuno sarà sconfitto.
Concludendo il suo libro inchiesta “La Giustizia in Italia”, Mario Cervi scriveva: “Nessuno ci vieta sogni rosei. Fantastichiamo pure, se vogliamo, di una Italia diversa, nella quale, grazie a una serie di misure non semplici ma nemmeno impossibili, la giustizia possa, nel volgere di pochi anni, diventare efficiente, e acquistare la piena fiducia del cittadino”. Da allora (era il 1967) sono passati non pochi anni, ma quasi mezzo secolo. L’efficienza non è mai arrivata, la fiducia nemmeno. Ma quel sogno, pur lontano dall’avverarsi, è tuttora presente.





























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