Qualunque persona con un minimo di conoscenza della politica internazionale e un po’ di buon senso sa che l’allarme in merito a un possibile attacco russo verso l’Europa è semplicemente una fola. Naturalmente, viste le frequenti provocazioni che da Bruxelles e da alcuni governi europei continuano a essere lanciate contro Mosca, nulla si può escludere con assoluta certezza e tutto, anche l’improbabile, potrebbe capitare.
Ciò che è indiscutibile è che non solo la Russia non avrebbe alcuna utilità né interesse a invadere l’Unione Europea ma, anche se per assurdo lo volesse, lo scarso rendimento dimostrato dalle sue forze armate in Ucraina scoraggerebbe ogni sua velleità.
Come e perché la Russia potrebbe fare meglio di ciò che ha fatto in Ucraina in un altro Paese, addirittura membro della NATO? Al Cremlino non sono pazzi e sanno bene che un possibile attacco a uno qualunque dei piccoli Paesi baltici scatenerebbe immediatamente una risposta dalla Polonia, dove, non a caso, stazionano anche 10 mila soldati americani. È pur vero che Donald Trump è imprevedibile e nessuno può essere sicuro che, in caso di conflitto in Europa, possa decidere di entrare nella lotta, ma l’incertezza che noi abbiamo alberga sicuramente anche in Vladimir Putin. Perché rischiare?
Perfino l’ipotesi lanciata dai nostri guerrafondai, secondo cui la Russia potrebbe attaccarci non ora bensì nel 2030, è del tutto irrealistica. Come ha ben scritto George Friedman, più che autorevole esperto americano di politica internazionale: «Non penso che cinque anni siano il tempo sufficiente per ripensare e ricostruire una forza militare che ha dimostrato il suo fallimento».
Perché, allora, alcuni politici in Europa continuano a enfatizzarne il pericolo e invocano un urgente bisogno di costituire un nucleo di difesa europeo pesantemente armato? La risposta appare già ovvia per tutti, ma ne parleremo tra poco.
Per intanto, avanziamo una piccola riflessione su cosa potrebbe essere questo fantomatico «esercito europeo». Si dice, correttamente, che, visto un possibile disimpegno della NATO, gli europei dovrebbero mettersi in grado di difendersi da soli e, su questo concetto, non si può avanzare alcuna obiezione sensata.
Purtroppo, o per fortuna, sappiamo che la NATO è solo apparentemente un libero insieme di Stati sovrani: da quando è stata costituita, il comando militare generale appartiene totalmente agli statunitensi e il segretario generale è scelto da loro e a loro deve rispondere (come ben dimostrato dal servilismo canino di Anders Rasmussen prima e di Mark Rutte ora). Ogni volta che le forze NATO sono intervenute da qualche parte, tutti i comandanti degli eserciti nazionali che vi hanno partecipato sono stati subordinati a un generale americano. Può darsi che la cosa possa non farci piacere ma, oggettivamente, gli Stati Uniti erano e sono l’esercito più potente e ai dollari di Washington si devono i maggiori investimenti nell’Organizzazione transatlantica.
Nell’ipotetico esercito europeo chi svolgerà il compito che hanno gli Stati Uniti nella NATO? Chi sarà il comandante generale? Poiché, evidentemente, non si può lasciare che siano i militari o un qualunque generale a decidere le scelte strategiche necessarie prima e durante la guerra, dove e quale sarà il potere politico che darà gli ordini all’esercito? In quale capitale risiederà? In base a quale autorità democratica prenderà le necessarie decisioni?
In teoria, essendo Bruxelles la capitale di quella che chiamiamo Unione Europea (unione, si fa per dire), è da lì che dovrebbero arrivare gli ordini. Tuttavia, sappiamo che, a parte la pochezza dell’attuale presidente e dei commissari coinvolti sul tema (Esteri e Difesa), nessun parlamento nazionale autorizzerebbe mai Bruxelles ad assumersi scelte di tale importanza strategica a nome del proprio popolo. E allora chi darà gli ordini ai militari? I francesi perché hanno la bomba atomica? Gli inglesi (che pure ce l’hanno), nonostante stiano fuori dall’Unione? I tedeschi perché tra qualche anno avranno ripercorso il cammino hitleriano e saranno diventati l’esercito più forte del continente? Oppure si farà a rotazione? O forse, perfino peggio sotto tutti gli aspetti, le decisioni saranno prese dal Consiglio dei ministri europei, un organo con scarsa legittimità democratica?
Va qui ricordato che in tutti i Paesi membri dell’Unione sono i rispettivi parlamenti, e soltanto loro, ad autorizzare una guerra e quindi l’impiego delle rispettive forze armate. (A proposito, il bombardamento effettuato dai nostri aerei sulla Serbia da chi fu mai autorizzato? Forse lo sa solo D’Alema).
Siamo tutti d’accordo che potrebbe essere bello, utile e desiderabile, indipendentemente dal totalmente inventato pericolo russo, avere una forza armata europea, ma essa avrebbe senso solo se i nostri politici avessero avuto il coraggio (ce l’avrà mai qualche nuovo politico europeo?) di trasformare questa «unione» in una vera federazione di Stati, con un vero parlamento federale e con una divisione dei poteri tra il centro e la periferia sulla base del principio di sussidiarietà.
Per intanto, visti i politici con cui abbiamo a che fare, tutto ciò resta solo un sogno e non sarà certo l’eliminazione del vincolo dell’unanimità a trasformarlo in realtà.
Perché, allora, nonostante tutti questi ostacoli, si continua a parlare di difesa europea, di enormi investimenti negli armamenti e perché la maggior parte della stampa ne parla perfino con entusiasmo? E, en passant, perché proprio il Lussemburgo, un Paese di soli 700 mila abitanti, è tra i più accesi sostenitori di un accelerato riarmo europeo?
Purtroppo la risposta è semplice: si tratta di un calcolo puramente finanziario. Dubbi? La ministra della Difesa lussemburghese Yuriko Backes lo ha spiegato ai giornalisti: «Con ogni spesa dobbiamo considerare anche il ritorno economico per il Lussemburgo».
In effetti, per qualcuno la guerra è sempre un buon affare e il Lussemburgo (ma non solo) intende esserne il banchiere. Il Granducato gestisce già il 58% di tutti i fondi transfrontalieri ed è, dopo gli Stati Uniti, la sede di fondi più grande al mondo. Evidentemente non basta ancora.
Ad Ankara è stata lanciata l’ipotesi di una Banca per la Difesa, la Sicurezza e la Resilienza (DSRB). L’idea non è nuova, perché fu già lanciata nel 2004 da banchieri ed ex consiglieri per la sicurezza della NATO, con l’aggiunta di funzionari militari. La sede di tale banca è provvisoriamente a Londra ma si dovrebbe costituire in Canada e Lussemburgo.
Hanno già aderito J.P. Morgan, Commerzbank, Deutsche Bank, ING, National Bank of Canada, Scotiabank e le più grandi banche canadesi.
Sulla scia del desiderio di riarmo, tra il 2025 e la metà del 2026 gli ETF europei per la difesa hanno prodotto rendimenti compresi tra il 60 e il 75%. I sei maggiori gruppi bancari francesi hanno aumentato del 25% i loro finanziamenti alle aziende della difesa, con un incremento del 75% rispetto al 2021. BlackRock, nel 2025, ha lanciato il suo ETF Europe Defense e Deutsche Bank ha istituito un apposito settore con 40 dirigenti provenienti da diverse divisioni per occuparsi della spinta al riarmo europeo.
L’Agenzia europea per la difesa ha dichiarato che i membri dell’UE hanno speso negli armamenti 180 miliardi di dollari in più nel 2024 rispetto al 2021. La Germania, per quel settore, ha raddoppiato il bilancio, mentre Francia e Italia lo hanno aumentato rispettivamente del 41% e del 35%. Dell’aumento complessivo europeo, la Polonia da sola rappresenta il 14%.
Entro il 2029 la sola Germania prevede di spendere poco meno di 190 miliardi di dollari all’anno per la difesa. Per pura informazione, tale cifra è quella che spende la sola Russia nella sua attuale economia di guerra.
Nessuno precisa esattamente quanti di tutti questi soldi saranno spesi a favore di produttori europei e quanti verso aziende americane ma, in realtà, questo conta poco perché il riarmo è un’impresa a scopo di lucro, nella quale ricchezze pubbliche saranno trasferite comunque in mani private, siano esse europee o americane.
Tutto, ovviamente, nel nome della «sicurezza» e al «servizio della pace». Mentre i cittadini europei vengono invitati a prepararsi alla guerra e a ridurre il loro welfare, i dividendi saranno pagati e i banchieri potranno contare i loro soldi.






























