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Politica green dell’Unione Europea: l’analisi critica di Dario Rivolta

Secondo Dario Rivolta, le politiche ambientali dell'Unione Europea stanno penalizzando industria, competitività ed economia senza incidere realmente sulle emissioni globali di CO2

di Dario Rivolta
lunedì 13 Luglio 2026
in L'OPINIONE
Politiche green Unione Europea

Politiche green Unione Europea

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L’inutile e dannosa politica “green” dell’Unione Europea

di Dario Rivolta

«Ci sei o ci fai?». È un modo di dire romanesco per alludere a comportamenti che possono derivare da stupidità manifesta o, alternativamente, dalla consapevole volontà di ingannare.

Potremmo, con buoni e tanti motivi, indirizzare questa locuzione interrogativa ai leader di tanti Paesi europei e al vertice della Commissione Europea. Ognuno potrà avere una propria opinione sull’argomento ma, per rispondere con la massima obiettività alla domanda, occorre riflettere e ragionare su alcune delle decisioni prese dai nostri governanti eletti e da quelli europei, soltanto nominati.

Guardiamo, ad esempio, la questione ambiente. (Un domani ci interrogheremo anche sull’irrisolta questione ucraina).

Tutti sanno che l’Europa incide per meno del sette (7!) per cento su quella che viene ufficialmente considerata la causa del cambiamento climatico, cioè l’emissione di CO2.

Da quando è partita la politica green, i Paesi dell’Unione Europea sono stati obbligati a ridurre le emissioni e sembra lo stiano facendo. Forse, con qualche sforzo, riusciremo a ridurre le nostre emissioni perfino di un 2% e quindi “inquineremo” il mondo soltanto con il 5% delle emissioni totali.

Nel resto del pianeta, invece, la produzione di CO2 ha continuato ad aumentare e i tre maggiori emettitori, Cina, India e Stati Uniti, hanno dichiarato che per altri decenni non la potranno ridurre. Il surplus di milioni di tonnellate di carbone bruciate in questi mesi solo in Cina ha intanto sparso CO2 molto più di tutti i risparmi energetici europei.

In compenso, con le scelte di Bruxelles, avallate dai nostri vari governi, abbiamo messo in ginocchio le produzioni industriali dell’Unione, aumentato i costi dell’energia per tutti i consumatori e stiamo deindustrializzandoci proprio a favore di americani, cinesi e indiani.

Chi ha preso queste decisioni europee è mentecatto o bugiardo? O lavora a favore di interessi altrui?

Continuiamo

Sempre a Bruxelles e in tutte le nostre capitali si è deciso che entro il 2040 il 90% dell’energia elettrica dovrà essere prodotta da fonti rinnovabili e si rinuncerà a gas, petrolio e carbone.

Tutti sanno che le cosiddette fonti rinnovabili non sono — e tutto lascia pensare che non potranno esserlo per lunghi decenni — in grado di sostituire sufficientemente gli attuali sistemi di produzione dell’energia. Si continuerà quindi ancora per molto tempo a produrre elettricità alla vecchia maniera.

Le tecnologie che ricorrono all’idrogeno sono ancora troppo costose e non mature e, comunque, in gran parte necessitano tuttora di energia “non pulita” per ottenerlo. Inoltre, l’idrogeno, se non adeguatamente trattato, è molto pericoloso e va maneggiato con estrema precauzione.

Poiché il motivo principale della conversione energetica è la volontà di non contaminare l’ambiente, su pressione soprattutto francese si è concesso, anzi si è spinto, verso l’incremento della produzione di elettricità da centrali atomiche.

Purtroppo qualcuno non ha considerato che tali centrali producono quantità enormi di scorie radioattive che degradano nell’arco di centinaia d’anni. A tutt’oggi quasi il cento per cento di tali materiali pericolosi resta stoccato “provvisoriamente” nei pressi delle centrali che li producono, poiché non si riesce a individuare dove e come conservarli senza rischi per quell’ambiente che si vorrebbe proteggere.

I tedeschi, che credevano di aver trovato il luogo e il modo giusto, dopo una decina d’anni hanno dovuto rimuovere tutti i bidoni con le scorie quando hanno scoperto che, nonostante le misure di sicurezza adottate, avevano cominciato a percolare e a inquinare le falde acquifere.

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Recentemente il Parlamento italiano, sull’onda della rinata moda del nucleare e nell’osservanza dei suggerimenti europei, ha varato una legge delega al Governo affinché si provveda anche in Italia a produrre energia dalle centrali nucleari.

Fortunatamente o sfortunatamente, tale legge delega è solo fumo negli occhi per un pubblico beota, poiché è previsto che tali future centrali — comunque potenzialmente operative non prima dei prossimi dieci anni, e chissà cosa potrà accadere nel frattempo — «contribuiscano sostanzialmente alla mitigazione dei cambiamenti climatici; non arrechino danno significativo ad altri obiettivi ambientali; si basino sugli standard di sicurezza più elevati in tutte le fasi di progettazione, esercizio, smantellamento e su una gestione sicura dei rifiuti».

Viene inoltre promosso l’uso di tecnologie all’avanguardia e riconosciuto il potenziale futuro dei reattori di IV generazione (quali, se persino su quelli di III generazione esistono dubbi e problemi di vario tipo? nda).

Il rapporto dell’Ufficio Studi del Parlamento sottolinea con realismo che i tanto citati piccoli reattori nucleari (SMR) presentano forti criticità legate al costo specifico, al volume delle scorie, ai costi di gestione e alle difficoltà di localizzazione, dato il rischio idrogeologico e sismico del territorio italiano.

Non si menzionano poi i rischi che si correrebbero in caso di guerre o di attentati terroristici.

In altre parole: per il momento chiacchiere e ipotesi, poi si vedrà.

Nel frattempo la “saggezza” della Commissione allude anche alla possibilità di utilizzare, in futuro, le centrali nucleari a fusione perché, oltre ad altri vantaggi, non produrrebbero scorie significative.

Questa soluzione sembrerebbe veramente ottima. Peccato che da oltre quarant’anni qualcuno annunci che “tra quattro o cinque anni” sarà possibile avere tali centrali funzionanti.

A tutt’oggi la fusione è tecnologicamente possibile ma, per ottenerla, occorre più energia di quella che si ricava e, quando non è così, quella prodotta dura soltanto pochi decimi di secondo.

Perché, invece di spendere soldi per centrali nucleari a fissione come le attuali, non li investiamo nella ricerca di tutte le possibili soluzioni alternative?

Vogliamo eliminare i combustibili fossili per proteggere l’ambiente e intanto seminiamo nel mondo scorie che resteranno radioattive per i secoli futuri.

È meglio o peggio?

Chi ha preso queste decisioni è mentecatto o bugiardo? O lavora a favore di interessi altrui?

Pensate sia tutto qui? Vi sbagliate

È risaputo che l’eccezionale industrializzazione cinese ha trasformato quel Paese nella “fabbrica del mondo” e ciò, oltre ad aver messo in ginocchio molti nostri produttori, ha spaventato anche i governi europei, tanto da tentare di arginare l’invadenza dei loro prodotti, magari contraddicendo il libero mercato con misure doganali ed extra-doganali.

Contemporaneamente l’Europa continua a spingere affinché le auto con motore endotermico spariscano dalla produzione nel continente e lascino il posto alle auto elettriche.

A questo proposito è bene ricordare che, già con l’attuale consumo di elettricità, le reti di distribuzione, sia cittadine sia ad alta tensione, non sono materialmente in grado di sopportare la quantità richiesta nei momenti di massimo consumo, come dimostrano i blackout dovuti all’uso massiccio dei condizionatori durante le ondate di caldo.

Che cosa succederebbe se quella domanda aumentasse stabilmente e significativamente, come si vorrebbe a Bruxelles?

Quando tutte le reti europee potranno essere adeguate? Quanto tempo sarà necessario? A quali costi? Chi e come pagherà il rifacimento dell’intera rete?

Nel frattempo le nostre industrie automobilistiche sono state costrette a ripensare tutte le loro linee produttive iniziando la conversione verso il motore elettrico.

Anche qui, però, nasce un altro “purtroppo”.

Guarda caso, chi controlla i nodi critici delle catene di approvvigionamento globale sono proprio i nostri rivali cinesi.

Sono loro che producono oggi il maggior numero di turbine eoliche, pannelli solari e componenti elettronici per le auto. Soprattutto controllano ogni fase della produzione delle batterie elettriche e sono i più avanzati nello sviluppo delle nuove tecnologie per gli accumulatori di energia.

Inoltre, essendo i maggiori produttori mondiali di terre rare indispensabili per tutta l’elettronica, è Pechino a stabilire ritmo, prezzi e scala dei sistemi di energia pulita destinati ad alimentare le economie del mondo.

Vi dice qualcosa il fatto che Volkswagen abbia annunciato l’intenzione di licenziare 100.000 persone nei propri stabilimenti e che vorrebbe produrre (assemblare?) auto cinesi in Europa?

Per la Cina il passaggio verso l’energia pulita è stato una strategia di lungo periodo, pensata con lungimiranza e accompagnata da investimenti nelle infrastrutture, nella ricerca e nei parchi industriali.

Ancora più importante: il loro sistema è stato basato sull’espansione e non sulla sostituzione, mantenendo contemporaneamente la centralità dei combustibili fossili.

Il risultato è un sistema energetico progettato per assorbire gli shock, sostenere la crescita industriale e alimentare nuove tecnologie.

E da noi?

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Tags: ambienteclimaGreenUe
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