I media, spesso succubi delle mode, dei poteri e, talvolta, di interessi poco trasparenti, continuano a diffondere allarmi sui cambiamenti climatici, ripetendo incessantemente che sarebbero causati dall’azione dell’uomo.
Eppure, quasi nessuno ha il coraggio di osservare che, se davvero la causa fosse esclusivamente antropica, una parte della responsabilità potrebbe essere attribuita anche alla crescita della popolazione mondiale, oggi arrivata a circa otto miliardi di persone. Quando ero adolescente, gli abitanti della Terra erano poco più di due miliardi.
Pseudo-scienziati, i loro seguaci e chi ne ripete acriticamente le tesi continuano invece a sostenere che il principale responsabile sia la CO₂ prodotta dall’utilizzo dei combustibili fossili. Ma sappiamo che il nostro pianeta ha attraversato profondi cambiamenti climatici nel corso della sua storia, anche in epoche in cui non esistevano estrazione di petrolio e gas né attività industriali. Quali furono, allora, le cause di quei mutamenti?
Troppi giornalisti, per ignoranza, conformismo o interesse, continuano a dare spazio a “scienziati” – o presunti tali – le cui affermazioni vengono presentate come verità assolute solo perché pronunciate in nome della “scienza“. Quando però le loro previsioni vengono smentite dai fatti, quasi nessuno chiede conto degli errori commessi. E questo accade con una certa frequenza.
Se la realtà avesse seguito le loro previsioni più catastrofiche, oggi gran parte del pianeta sarebbe già inabitabile e vaste aree costiere sarebbero sommerse. Basti pensare alle stime sull’innalzamento del livello dei mari: alcuni avevano previsto che, entro la fine del secolo scorso, gli oceani si sarebbero alzati di quasi sei metri. Invece, un ente finanziato dall’Unione Europea e fortemente orientato alla tutela dell’ambiente ha rilevato che tra il 1993 e il 2022 il livello medio degli oceani è aumentato di circa 3 millimetri all’anno.
Se davvero ci troviamo di fronte a uno dei tanti cambiamenti climatici che la Terra ha già conosciuto nella sua lunga storia, e se questi comporteranno trasformazioni nella geografia del pianeta e nell’organizzazione delle società umane, non sarebbe più utile concentrarsi sull’adattamento invece che alimentare allarmismi, diffondere previsioni catastrofiche e adottare politiche che rischiano di mettere in difficoltà interi sistemi economici?
Se il livello dei mari è destinato a crescere, non sarebbe più prudente pianificare fin da ora lo spostamento graduale delle popolazioni che vivono nelle aree maggiormente esposte, invece di intervenire solo in situazioni di emergenza? Si potrebbero salvare vite umane e ridurre enormemente i costi. Allo stesso modo, se gli eventi meteorologici estremi dovessero davvero intensificarsi, non sarebbe opportuno investire nella messa in sicurezza dei corsi d’acqua e nella prevenzione del rischio idrogeologico?
Si continua inoltre a parlare con toni drammatici del ritiro dei ghiacciai. È un fenomeno che sembra effettivamente verificarsi, ma le prime fotografie disponibili mostrano che alcuni ghiacciai, poco più di un secolo fa, erano persino più arretrati di quanto lo siano oggi, prima di avanzare nuovamente fino alle dimensioni che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni. Inoltre, in alcune aree oggi liberate dai ghiacci sono stati rinvenuti insediamenti umani risalenti a epoche remote, a testimonianza del fatto che quei territori erano abitati quando il ghiaccio non li ricopriva.
Alla luce di tutto questo, è legittimo domandarsi se molte delle decisioni adottate negli ultimi anni siano davvero fondate su solide basi scientifiche oppure se rispondano ad altre logiche. È una domanda che merita un confronto aperto, basato sui dati e sul dibattito, senza trasformare ogni opinione diversa in un tabù.































